Lo studio indica nella vite un modello potente per l’adattamento alla siccità

Una nuova rassegna sostiene che la vite mostra come portinnesti, suoli, ormoni e microbi influenzino sopravvivenza delle colture e qualità dell’uva sotto stress idrico.

04-06-2026

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Un nuovo articolo pubblicato su npj Science of Plants sostiene che la vite rappresenti uno dei modelli vegetali più chiari per capire come le colture si adattino alla siccità, una questione sempre più rilevante per i vigneti mentre condizioni più calde e secche incidono su rese, composizione delle bacche e stili di vino in molte regioni.

L’articolo, pubblicato il 3 giugno sulla rivista del portfolio Nature, è una perspective e non una prova in campo o un singolo esperimento. Gli autori passano in rassegna decenni di studi su come le viti rispondono allo stress idrico e spiegano perché questa specie sia particolarmente utile per analizzare l’acclimatazione alla siccità sul piano genetico, fisiologico e microbiologico. Il punto centrale è che le viti non si affidano a una sola risposta fissa alla carenza d’acqua. Si muovono invece lungo un continuum tra evitamento dello stress e tolleranza, con esiti determinati da varietà, portinnesto, suolo, clima e microbi associati.

La questione va ben oltre la scienza vegetale accademica. La vite è coltivata in vaste aree mediterranee aride, negli interni continentali e nelle regioni irrigue delle Americhe, dell’Australia e del Sudafrica. In ciascun contesto, la disponibilità d’acqua incide non solo sulla sopravvivenza della coltura e sull’economia del vigneto, ma anche sulla maturazione dei frutti, sull’accumulo di zuccheri, sull’acidità, sullo sviluppo fenolico e su altri tratti legati alla qualità del vino. La rassegna afferma che comprendere con maggiore precisione queste risposte alla siccità potrebbe aiutare breeder e viticoltori a scegliere migliori combinazioni di marza e portinnesto e ad adattare i vigneti alla pressione climatica.

L’articolo descrive due grandi strategie. La prima è l’evitamento della siccità, in cui la vite limita precocemente la perdita d’acqua soprattutto chiudendo gli stomi, i pori delle foglie che regolano gli scambi gassosi e la traspirazione. La seconda è la tolleranza alla siccità, in cui la pianta continua a funzionare a un potenziale idrico più basso grazie a meccanismi come l’aggiustamento osmotico e la gestione dell’embolismo dello xilema, cioè le ostruzioni d’aria che possono interrompere il trasporto dell’acqua.

In pratica, spiegano gli autori, le viti raramente rientrano in modo netto in una sola categoria. Mostrano piuttosto un continuum tra il cosiddetto comportamento isoidrico, in cui lo stato idrico fogliare viene mantenuto relativamente stabile attraverso un controllo stomatico più rigoroso, e il comportamento anisoidrico, in cui le viti continuano a traspirare più a lungo mentre il potenziale idrico diminuisce. Il comportamento reale in vigneto si colloca di solito tra questi estremi.

La rassegna evidenzia quanto gran parte di questa risposta dipenda dall’innesto, tratto distintivo della viticoltura moderna. Da oltre un secolo Vitis vinifera viene comunemente innestata su portinnesti di altre specie di Vitis o su ibridi interspecifici per proteggersi dalla fillossera. Questo sistema ha creato un’ampia piattaforma biologica in cui la parte fruttifera della vite e l’apparato radicale possono contribuire con tratti diversi di resistenza alla siccità. Secondo l’articolo, alcuni portinnesti attivano prima segnali chimici legati alla chiusura stomatica, mentre altri sostengono una crescita più vigorosa e una maggiore tolleranza ai periodi prolungati di siccità.

Un focus importante dell’articolo è l’acido abscissico, o ABA, un ormone da tempo associato alla segnalazione dello stress idrico nella ricerca sulla vite. Gli autori descrivono come le radici possano aumentare la produzione di ABA quando l’acqua nel suolo diventa meno disponibile e inviare quel segnale verso l’alto attraverso lo xilema fino alle foglie. Notano inoltre che l’intensità di questo segnale dipende da fattori quali il pH della linfa xilematica, il metabolismo fogliare e la sensibilità delle cellule di guardia ai recettori dell’ABA. Le varietà con un comportamento più orientato all’evitamento tendono a essere più reattive a questo segnale.

Anche la tessitura del suolo modifica il modo in cui le viti vivono la siccità. I terreni ricchi di argilla possono trattenere saldamente l’acqua dopo pioggia o irrigazione, rendendone inizialmente meno disponibile una parte. Ma con il protrarsi delle condizioni secche quegli stessi suoli possono conservare umidità utilizzabile più a lungo dei terreni sabbiosi, che perdono acqua più rapidamente per drenaggio, evaporazione e assorbimento da parte della pianta. Ciò significa che condizioni meteorologiche identiche possono produrre segnali radicali diversi e risposte diverse della vite a seconda del tipo di suolo.

L’articolo esamina anche cosa accade quando le viti non si arrestano rapidamente. Nelle risposte più tolleranti, le piante continuano a traspirare nonostante il calo della disponibilità idrica. Questo può sostenere più a lungo l’attività fisiologica in ambienti aridi, soprattutto con alcuni portinnesti vigorosi spesso collegati all’ascendenza di Vitis rupestris. Ma aumenta anche il rischio se il potenziale idrico fogliare scende troppo. Gli autori citano soglie di mezzogiorno intorno a −1,5 fino a −2,0 MPa come livelli oltre i quali può essere necessaria un’irrigazione d’emergenza per evitare danni irreversibili in alcune combinazioni.

La tolleranza dipende in parte dall’osmoregolazione, che aiuta le cellule a mantenere la funzionalità a potenziali idrici più bassi. Dipende anche dal modo in cui le viti gestiscono il proprio sistema idraulico. La vite è diventata un modello importante per studiare l’embolismo dello xilema perché i suoi vasi possono perdere conducibilità sotto stress idrico ma anche recuperarla in alcune condizioni. La rassegna discute evidenze secondo cui i vasi più piccoli sono generalmente meno vulnerabili di quelli più grandi, pur osservando che questo rapporto richiede uno studio più sfumato su scale biofisiche fini.

Gli autori dedicano ampio spazio al ripristino dell’embolismo. Descrivono due processi principali proposti nella vite: il movimento degli zuccheri dal floema allo xilema per creare condizioni osmotiche che favoriscano il riempimento dei condotti ostruiti; e la regolazione delle acquaporine, proteine di membrana che facilitano il movimento dell’acqua nelle cellule circostanti. Diversi cultivar possono utilizzare strategie diverse sui carboidrati durante la siccità. L’articolo richiama lavori precedenti che suggeriscono come Grenache e Barbera non gestiscano i carboidrati non strutturali esattamente allo stesso modo durante la formazione e il recupero dell’embolismo.

Un altro motivo per cui la vite si distingue come modello è che la risposta alla siccità è strettamente legata allo sviluppo delle bacche. Quando gli stomi si chiudono sotto stress severo, le viti perdono la capacità di raffrescamento evaporativo e le foglie possono surriscaldarsi. Nelle regioni calde ciò significa che lo stress idrico spesso si sovrappone allo stress termico. La rassegna spiega che fotorespirazione, fotoprotezione e sistemi antiossidanti diventano allora parte della risposta difensiva. Queste vie contano perché influenzano i metaboliti secondari legati alla composizione dell’uva e del vino, compresi i composti coinvolti nel colore e nella struttura fenolica.

L’articolo afferma che questo legame tra fisiologia dello stress e maturazione ha reso la vite particolarmente preziosa per studiare come la pressione ambientale influenzi la qualità del frutto. Qui ricompare l’ABA: oltre al suo ruolo nella regolazione stomatica, è associato anche alla biosintesi dei metaboliti secondari nelle foglie e nei frutti. Questo aiuta a spiegare perché deficit idrici moderati possano talvolta modificare la chimica delle bacche in modi che i produttori possono cercare o evitare a seconda degli obiettivi stilistici.

La rassegna amplia inoltre il discorso oltre i soli tessuti vegetali sottolineando i microbiomi associati alle radici e alle piante innestate. Sebbene la scienza del microbioma nei vigneti sia ancora disomogenea nei diversi sistemi e nelle diverse regioni, gli autori sostengono che i microrganismi benefici possano svolgere un ruolo nell’architettura radicale, nelle prestazioni idrauliche e nell’acclimatazione alla siccità. Presentano questo ambito come uno spazio in cui selezione genetica futura e gestione del vigneto potrebbero andare oltre la selezione tradizionale basata soltanto sulla genetica della marza o del portinnesto.

Poiché l’articolo è una sintesi, non rivendica una soluzione universale per i vigneti esposti a precipitazioni meno affidabili. Sostiene invece strategie integrate che combinino ecofisiologia, biologia molecolare, miglioramento genetico ed ecologia microbica. Ciò include selezionare portinnesti non solo per resistenza ai parassiti o vigoria ma anche per il loro comportamento di segnalazione in condizioni di bassa disponibilità idrica; abbinare i cultivar ai suoli locali; affinare approcci irrigui come il partial root drying; e identificare marcatori biomolecolari che possano sostenere programmi di breeding assistito.

Per viticoltori e produttori di vino, il messaggio pratico è che l’adattamento alla siccità non può essere ridotto a una semplice graduatoria tra viti “resistenti” e “sensibili”. Una vite che conserva acqua precocemente può proteggersi ma ridurre prima l’assimilazione del carbonio. Una vite che continua a traspirare più a lungo può sostenere l’attività ma affrontare un rischio idraulico maggiore in seguito. Questi compromessi incidono sulla crescita della chioma, sulla maturazione delle bacche e sulla composizione finale in modi che dipendono dal luogo.

Gli autori presentano la diversità della vite come uno dei suoi maggiori punti di forza scientifici. Centinaia di cultivar selezionate in climi diversi, unite all’uso diffuso di portinnesti interspecifici, offrono ai ricercatori materiale insolito per confrontare le risposte all’interno di un unico sistema colturale. Questa diversità ha contribuito a fare della viticoltura un banco di prova utile per domande più ampie sull’agricoltura perenne sotto stress climatico.

Con la siccità sempre più persistente nelle regioni del vino dall’Europa meridionale alla California e ad alcune aree del Sud America e dell’Australia, ricerche come questa attireranno probabilmente attenzione oltre le riviste di biologia vegetale. La rassegna suggerisce che la resilienza futura dei vigneti potrebbe dipendere meno da un singolo tratto che dalla capacità di capire come radici, germogli, suoli e microbi lavorino insieme quando l’acqua scarseggia.

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