Le esportazioni di vino italiano sono diminuite del 3,7% nel 2025

Le spedizioni più deboli verso gli Stati Uniti, gli alti costi di trasporto e dell’energia e l’incertezza sui dazi offuscano le prospettive dei produttori per il 2026

07-07-2026

Le esportazioni di vino italiano sono diminuite nel 2025, mentre le spedizioni più deboli verso gli Stati Uniti, gli alti costi logistici ed energetici e l’incertezza sui dazi hanno ridisegnato le prospettive dei produttori in vista del 2026.

L’Italia ha esportato vino per 7,7 miliardi di euro, pari a circa 8,3 miliardi di dollari, nel 2025, in calo del 3,7% rispetto al 2024, secondo i dati Istat citati dalla testata di settore I Grandi Vini. Anche i volumi esportati sono diminuiti, scendendo dell’1,8% a 2,1 miliardi di litri. I dati indicano un rallentamento più che un crollo generalizzato, con la pressione concentrata nei mercati maturi e nelle categorie a prezzo più basso.

Gli Stati Uniti sono rimasti il primo mercato estero per il vino italiano in valore, con 1,75 miliardi di euro, ma i volumi spediti lì sono diminuiti del 6,2% rispetto all’anno precedente. Questo calo conta ben oltre le cantine italiane, perché il mercato statunitense ha a lungo contribuito a definire prezzi, mix di prodotto e strategia promozionale nell’intero commercio delle bevande. Uno sbocco statunitense più debole, unito all’aumento delle spese di trasporto e dell’energia, potrebbe spingere produttori e importatori a rivedere assortimenti, prezzi a scaffale e priorità di mercato per il vino e le bevande correlate.

In Europa, alcuni mercati hanno retto meglio in termini di valore. La Germania ha registrato una crescita dello 0,5%, mentre la Francia è salita del 3,4%, secondo il rapporto. Il quadro suggerisce che i vini italiani con un posizionamento chiaro, prezzi stabili e origine riconosciuta continuano a trovare acquirenti, soprattutto nei segmenti medio e premium. I vini entry-level restano più dipendenti dalle promozioni ed esposti quando retailer e importatori riducono il rischio.

Dirigenti del settore e analisti citati da I Grandi Vini hanno affermato che il 2026 si profila come un anno di stabilizzazione più che di ripresa. Un riequilibrio più significativo è considerato più probabile dal 2027. Per esportatori e acquirenti internazionali, ciò significa portafogli più stretti, un controllo più attento dei listini e delle promozioni e una minore esposizione ai mercati in cui la politica tariffaria resta incerta.

Denis Pantini di Nomisma Wine Monitor ha affermato che la tendenza negli Stati Uniti sta costringendo i produttori italiani a rafforzare altri sbocchi, compresi l’Europa orientale e il Sud-est asiatico, senza perdere il proprio posizionamento di mercato. Lamberto Frescobaldi, presidente di Unione Italiana Vini, ha detto che le pressioni tariffarie dovrebbero spingere le aziende ad ampliare il proprio focus sui mercati dei Paesi terzi attraverso una più forte attività commerciale e un coordinamento più stretto con le istituzioni pubbliche.

La sfida non riguarda solo i costi più alti. Gli importatori stanno diventando più cauti, mentre guerre, tensioni commerciali e interruzioni dei trasporti aumentano i rischi legati alle scorte e alle catene di approvvigionamento. Michele A. Fino dell’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo ha affermato che, in un contesto segnato da conflitti e dazi, gli importatori cercano strategia e continuità, non entusiasmi di breve durata.

Questo cambiamento sta modificando ciò che gli acquirenti esteri vogliono dall’Italia. I grandi portafogli e l’ampia varietà regionale sono da tempo punti di forza del vino italiano, ma oggi gli acquirenti attribuiscono più valore all’affidabilità che all’abbondanza. I produttori sono sotto pressione per offrire assortimenti più semplici, prezzi sostenibili nel tempo, promozioni adatte a ciascun segmento, confezioni più leggere, meno sprechi e una qualità più costante.

La posizione dell’Italia resta a metà tra Francia e Spagna nel commercio mondiale del vino. La Francia continua a dominare il segmento dei vini di lusso, mentre la Spagna resta forte sui volumi e sulla competitività di prezzo. L’Italia beneficia ancora della propria gamma di stili e denominazioni, ma questo vantaggio può indebolirsi se l’offerta appare frammentata o difficile da leggere per i distributori all’estero.

Il rapporto ha inoltre osservato che Francia e Spagna stanno adottando misure per ridurre la produttività, mentre la politica italiana resta più frammentata. In un periodo di consumi incerti, la gestione dell’offerta sta diventando importante quanto la promozione delle bottiglie all’estero.

Per il 2026, le prospettive di mercato appaiono meno prevedibili rispetto agli anni passati. Il ProWein Business Report 2026, citato da I Grandi Vini, indica Germania, Paesi Bassi e Giappone tra le destinazioni più promettenti, seguiti da Danimarca e Polonia. Nei mercati europei maturi, gli acquirenti privilegiano portafogli compatti con rotazione chiara e prezzi medi coerenti.

Il Giappone si distingue tra i mercati non europei perché la crescita lì appare più selettiva ma ancora favorevole nei canali premium e nelle reti di vendita urbane strutturate. Per gli esportatori italiani, ciò significa lavorare più da vicino con un numero minore di partner locali e comunicare con maggiore chiarezza origine e valore.

Gli Stati Uniti restano centrali ma sono diventati più difficili da gestire nel breve termine. Nella classifica ProWein citata dalla pubblicazione, il mercato americano è sceso al 19° posto, tra Vietnam e Hong Kong, riflettendo consumi più deboli e incertezza tariffaria. Questo non significa che la domanda statunitense abbia perso importanza per il vino italiano. Significa che gli esportatori potrebbero aver bisogno di relazioni più solide con i distributori, di prezzi più difendibili e di una minore dipendenza dalle sole spinte aggressive alle vendite.

Per le aziende del beverage che osservano i flussi del commercio globale, i dati sulle esportazioni italiane offrono un primo segnale di come la volatilità si stia diffondendo nei mercati degli alcolici. Quando un fornitore leader affronta una domanda più debole nella sua principale destinazione proprio mentre i costi di spedizione e dell’energia restano elevati, la pressione tende a propagarsi attraverso contratti, promozioni e prezzi al dettaglio in tutte le categorie. In questo contesto, la stabilità dell’approvvigionamento e la chiarezza del posizionamento possono contare quanto la reputazione del marchio.