La disputa doganale in India minaccia i tagli ai dazi sullo Scotch previsti dall’accordo commerciale con il Regno Unito
Se lo Scotch concentrato importato sfuso venisse riclassificato, i dazi potrebbero restare al 150%, aumentando i costi per gli assemblatori indiani di whisky
giovedì 5 novembre 2026

Una disputa in India sulla classificazione doganale delle importazioni di Scotch whisky sfuso minaccia una concessione chiave dell’accordo commerciale tra India e Regno Unito, creando incertezza per i produttori di liquori che utilizzano Scotch importato per i propri marchi di blended whisky.
La questione riguarda lo Scotch concentrato spedito dal Regno Unito in grandi quantità ai produttori indiani di bevande alcoliche. L’Accordo globale di cooperazione economica e commerciale tra India e Regno Unito, entrato in vigore il 15 luglio, ha ridotto dal 150% al 75% il dazio indiano sulle importazioni di whisky britannico, prevedendo ulteriori riduzioni fino al 40% entro il decimo anno. L’aliquota ridotta si applica però alle voci tariffarie del whisky comprese nella voce 2208.30. Se le autorità doganali decidessero che alcune importazioni di Scotch sfuso rientrano in una voce diversa, le aziende potrebbero perdere l’accesso al dazio ridotto.
Al centro della disputa ci sono due classificazioni tariffarie concorrenti. La voce 2208 comprende gli alcolici e le bevande spiritose, mentre la sottovoce 2208.30 riguarda specificamente il whisky. La voce 2106 è una categoria residuale più ampia, riservata alle preparazioni alimentari non nominate né comprese altrove. Le autorità indiane delle entrate stanno valutando se lo Scotch concentrato importato sfuso debba essere classificato come distillato alla voce 2208 o come preparazione alla voce 2106, poiché viene successivamente assemblato, miscelato con altri prodotti alcolici o diluito prima dell’imbottigliamento e della vendita.
La distinzione è importante perché le riduzioni tariffarie previste dall’accordo commerciale sono state negoziate per il whisky. Il calendario tariffario dell’accordo include esplicitamente lo Scotch whisky importato in contenitori di capacità superiore a due litri, il che significa che le spedizioni sfuse rientravano nel sistema di concessioni. Se il prodotto importato venisse escluso dalla categoria del whisky e ricondotto alla voce 2106, potrebbe non beneficiare più del trattamento tariffario preferenziale. In tal caso, il dazio potrebbe restare al 150%, oltre all’Imposta integrata sui beni e servizi.
I produttori indiani di liquori sostengono che il prodotto resti Scotch whisky, sia che arrivi in bottiglie destinate alla vendita al dettaglio sia che venga importato in grandi contenitori, indipendentemente da ciò che avviene dopo l’importazione. A loro avviso, l’assemblaggio o la diluizione in India non modificano l’identità essenziale della materia importata. Sostengono inoltre che una voce tariffaria specifica per il whisky debba prevalere su una categoria residuale come la voce 2106.
La disputa è diventata più delicata perché le spedizioni sfuse rappresentano una quota consistente dello Scotch utilizzato dall’industria indiana degli alcolici. Circa l’80% delle importazioni di Scotch whisky dalla Scozia, in volume, arriva in partite sfuse, secondo quanto riportato da The Financial Express. Le aziende indiane utilizzano questo Scotch come materia prima per i marchi di blended whisky, assemblandolo con distillati di malto prodotti nel Paese secondo formule proprietarie prima di imbottigliare e commercializzare il prodotto finale.
Per il settore delle bevande, la decisione sulla classificazione potrebbe incidere direttamente sul costo all’importazione dello Scotch e sui conti dell’assemblaggio e dell’imbottigliamento in India. La perdita del trattamento tariffario preferenziale per le importazioni sfuse potrebbe aumentare i costi delle materie prime per i produttori che creano valore aggiunto nel Paese. Potrebbe inoltre modificare l’equilibrio concorrenziale tra il whisky finito importato e i prodotti assemblati o miscelati localmente, con possibili ripercussioni su confezionamento, logistica e fornitori legati alle attività nazionali.
Il timore del settore è che negare i dazi ridotti allo Scotch sfuso, mantenendo al contempo le concessioni per le importazioni di whisky finito che soddisfano i requisiti, crei un incentivo indesiderato a importare più prodotto imbottigliato anziché lavorarlo in India. Secondo i produttori, ciò indebolirebbe le attività di assemblaggio e imbottigliamento nel Paese proprio mentre ci si aspettava che l’accordo commerciale riducesse i costi e agevolasse la pianificazione delle aziende che dipendono dallo Scotch come materia prima.
La questione è ormai andata oltre il dibattito tecnico doganale, diventando un tema di politica commerciale. In un incontro tenutosi lunedì 2 novembre, il segretario al Commercio Rajesh Agrawal ha dichiarato ai rappresentanti del settore che l’ambiguità sarebbe stata risolta in modo amichevole e che gli impegni assunti dall’India nell’ambito dell’accordo commerciale sarebbero stati rispettati, secondo quanto riportato da The Financial Express. Si prevede che il ministero del Commercio collabori con quello delle Finanze per trovare una soluzione nell’ambito del quadro giuridico esistente, cercando al contempo di garantire la continuità operativa delle aziende interessate.
La tempistica rende la questione più urgente, poiché i tagli ai dazi sul whisky sono diventati operativi solo di recente nell’ambito dell’accordo commerciale. Importatori, imbottigliatori e titolari di marchi attendono ora una posizione chiara del governo: vogliono sapere se lo Scotch concentrato importato sfuso continuerà a essere trattato come whisky ai fini doganali o se al confine verrà applicata un’interpretazione più restrittiva.