I dazi USA colpiscono le esportazioni di vino italiano

Federvini afferma che i dazi hanno tagliato il valore dell’export di quasi 300 milioni di euro nel 2025, con le spedizioni verso gli Stati Uniti in calo del 34% all’inizio del 2026.

02-09-2026

Condividi!

I dazi USA colpiscono le esportazioni di vino italiano

Le esportazioni di vino italiano hanno perso terreno nel 2025 dopo l’entrata in vigore dei nuovi dazi statunitensi sul vino e sugli spiriti importati, e il calo si è accentuato all’inizio del 2026, secondo Federvini, l’associazione italiana del settore vino e spiriti.

Federvini ha riferito che le esportazioni di vino italiano sono diminuite del 3,6% in valore lo scorso anno, per una contrazione di quasi 300 milioni di euro, citando una ricerca del proprio osservatorio con Nomisma e TradeLab. Il contraccolpo più forte si è registrato negli Stati Uniti, il principale mercato estero del vino italiano, dove le spedizioni sono scese del 12% dopo l’avvio delle modifiche tariffarie. Nei primi due mesi del 2026, il calo delle spedizioni verso gli Stati Uniti si è ampliato al 34%, segno della rapidità con cui i dazi hanno pesato su uno degli sbocchi più importanti per l’export del Paese.

I dati sono stati presentati in un evento legato a Vinitaly a Verona, dove leader del settore e rappresentanti delle istituzioni italiane hanno descritto i dazi statunitensi come una seria sfida commerciale, ma anche come un motivo per accelerare gli sforzi di diversificazione dei mercati di esportazione. Giacomo Ponti, presidente di Federvini, ha detto che il settore ha bisogno di un coordinamento più stretto con le istituzioni pubbliche mentre i produttori si adattano a un contesto commerciale più incerto.

«Siamo alfieri del Made in Italy e abbiamo il dovere di guardare avanti con spirito positivo», ha detto Ponti.

All’incontro hanno preso parte Adolfo Urso, ministro delle Imprese e del Made in Italy; Marcello Gemmato, sottosegretario alla Salute; Matteo Zoppas, presidente dell’Agenzia ICE; e Paolo De Castro, eurodeputato. La loro presenza ha sottolineato quanto la questione del vino sia legata alla politica commerciale, alla promozione dell’export e all’immagine più ampia del cibo e delle bevande italiane all’estero.

Federvini ha affermato che l’Italia ha fatto meglio di diversi altri grandi paesi produttori di vino nello stesso periodo, pur indebolendosi a propria volta. Secondo l’analisi del gruppo, le esportazioni di vino francese sono scese del 4,4%, quelle della Spagna del 5,1%, quelle del Cile del 10,2%, mentre le esportazioni di vino degli Stati Uniti sono calate del 36%. Questi confronti suggeriscono che il rallentamento sta colpendo un’ampia gamma di produttori, ma evidenziano anche quanto l’Italia resti esposta ai cambiamenti della politica commerciale americana.

Per le aziende beverage, l’impatto va oltre i dati complessivi dell’export. Una stretta prolungata negli Stati Uniti potrebbe costringere importatori, distributori e produttori a ripensare prezzi, mix di prodotto e priorità di mercato. Le aziende potrebbero provare a difendere le vendite spostando i consumatori verso fasce di prezzo diverse, riducendo le spedizioni delle etichette a rotazione più lenta o concentrando maggiore attenzione sui paesi in cui le barriere tariffarie stanno diminuendo. Un aggiustamento del genere non si limiterebbe al vino. Potrebbe interessare anche i portafogli di spirits e la struttura più ampia delle importazioni di bevande legate ai marchi italiani.

I dati di Federvini hanno evidenziato anche una divergenza all’interno del mercato interno. Nella distribuzione alimentare italiana, le vendite di vino sono rimaste stabili a circa 3 miliardi di euro in valore, ma i volumi sono scesi del 2,8%, a indicare che i consumatori acquistano meno pur mantenendo la spesa. Gli spumanti hanno continuato a fare meglio della categoria più ampia, con volumi in aumento del 3,1%. Questo andamento è coerente con un mercato in cui gli acquirenti restano disposti a pagare per categorie percepite come più adatte alle celebrazioni o più versatili per il consumo informale.

Il quadro è stato più debole nei ristoranti, nei bar e negli altri canali fuori casa. Federvini ha detto che il consumo di vino in quei canali è sceso del 6,6%, nonostante il mercato più ampio valesse 102 miliardi di euro e segnasse comunque una crescita complessiva dell’1,5% in valore. Anche gli spumanti hanno mostrato una maggiore tenuta, arretrando del 2,3%, un calo meno marcato rispetto alla categoria nel suo insieme. Albiera Antinori, che guida il gruppo vino di Federvini, ha affermato che il mercato interno sta premiando sempre di più qualità, esperienza e identità territoriale.

Questo spostamento conta per i produttori che affrontano pressioni all’estero. Se i volumi export si indeboliscono e anche la domanda domestica nel canale fuoricasa rallenta, le cantine potrebbero puntare ancora di più sul posizionamento premium e su un branding territoriale più forte per difendere i margini. Ciò aumenta anche la posta in gioco per le denominazioni e per le altre identità geografiche che aiutano i vini italiani a distinguersi sugli scaffali affollati della distribuzione e nelle carte dei ristoranti.

Con il mercato statunitense sotto pressione, Federvini ha detto che i produttori italiani stanno guardando con maggiore attenzione alle nuove aperture commerciali sostenute dall’Unione europea. Uno dei principali obiettivi è il blocco Mercosur. L’entrata in vigore provvisoria dell’accordo UE-Mercosur il 1° maggio dovrebbe offrire agli esportatori un migliore accesso a un mercato di circa 260 milioni di persone con un prodotto interno lordo complessivo di circa 3.000 miliardi di dollari. Federvini ha detto che le importazioni di vino in quell’area sono aumentate del 45% negli ultimi cinque anni e che l’Italia vi detiene già una quota dell’8%, sostenuta dalla domanda di rossi di Toscana e Piemonte.

Anche l’India sta emergendo come priorità. Federvini ha detto che i dazi federali sul vino lì dovrebbero scendere dal 150% a una fascia compresa tra il 20% e il 30%, un cambiamento che potrebbe modificare i flussi commerciali in un paese di 1,47 miliardi di persone. Il gruppo ha affermato che le vendite di Prosecco in India sono già cresciute del 165%. Se queste riduzioni tariffarie saranno attuate pienamente e mantenute, potrebbero offrire agli esportatori italiani una rara opportunità di espandersi in un grande mercato proprio mentre perdono slancio negli Stati Uniti.

Un accordo separato con l’Australia elimina del tutto i dazi e apre l’accesso a un mercato che i produttori italiani considerano di alto valore, con importazioni di vino per oltre 540 milioni di euro. Esponenti del settore hanno detto che intese di questo tipo possono creare opportunità concrete, ma non risolvono una preoccupazione di lunga data per gli esportatori: la necessità di una protezione legale più forte all’estero per le indicazioni geografiche legate a nomi e etichette regionali.

La questione è diventata più urgente mentre i produttori si spingono verso nuove destinazioni. Per molte cantine italiane, il valore commerciale dei nomi legati a luoghi specifici è centrale nel modo in cui le bottiglie vengono commercializzate e prezzate. Un accesso più ampio ai mercati esteri può aiutare a compensare le perdite causate dai dazi statunitensi, ma i dirigenti sostengono che quell’accesso è meno utile se le identità regionali non sono protette pienamente sia nella legge sia nella pratica.

Gli ultimi dati lasciano il settore vinicolo italiano alle prese con due pressioni contemporaneamente. Da un lato, affronta un forte calo delle spedizioni verso il suo principale mercato estero dopo le modifiche tariffarie degli Stati Uniti. Dall’altro, cerca di aprire nuove vie di crescita in Sud America, India e Australia, mentre si confronta con le mutate abitudini di consumo in patria, dove gli spumanti si sono dimostrati più resilienti dei vini fermi e il valore ha retto meglio dei volumi.

Ti è piaciuta la lettura? Condividetela con altri!