Le esportazioni agroalimentari italiane crescono dell’1,9% nel secondo trimestre
Secondo il CREA, le esportazioni di vino sono calate del 3% e quelle di olio d’oliva del 15%, con una domanda disomogenea tra le categorie
martedì 3 novembre 2026
Nel secondo trimestre le esportazioni agroalimentari italiane sono tornate a crescere, registrando un aumento dell’1,9% su base annua, nonostante la flessione di vino e olio d’oliva e il calo delle vendite all’estero dell’industria delle bevande nel suo complesso.
I dati figurano nell’ultimo bollettino trimestrale CREAgritrend, pubblicato lunedì 2 novembre dal Centro di ricerca Politiche e Bioeconomia del CREA. Il rapporto descrive il settore agroalimentare italiano come sostanzialmente stabile tra aprile e giugno, dopo la battuta d’arresto registrata nel primo trimestre. Le importazioni sono diminuite dell’1,6% rispetto allo stesso periodo del 2025, mentre le esportazioni sono tornate a crescere in un’economia nazionale che, secondo il CREA, ha mantenuto un andamento moderatamente positivo.
Il bollettino collega questo scenario alla crescita in corso dell’economia italiana e della domanda interna. Il prodotto interno lordo nazionale è aumentato dello 0,2% rispetto al trimestre precedente e dell’1% su base annua. Dal lato dell’offerta, il valore aggiunto dell’agricoltura è diminuito dello 0,2% rispetto al trimestre precedente e quello dell’industria dello 0,5%, mentre i servizi sono cresciuti dello 0,4%. Rispetto allo stesso trimestre del 2025, tutti e tre i comparti hanno registrato un aumento: agricoltura +0,4%, industria +0,5% e servizi +1,1%.
Anche gli indicatori della domanda riportati nel documento sono risultati positivi. I consumi finali nazionali e gli investimenti fissi lordi sono aumentati entrambi dello 0,3% rispetto al trimestre precedente. La spesa delle famiglie per i beni durevoli è cresciuta dello 0,9%, proseguendo una tendenza che, secondo il CREA, si mantiene da diversi trimestri.
Nel comparto manifatturiero, nel secondo trimestre la produzione alimentare è rimasta pressoché invariata, con un lieve aumento dello 0,1% su base annua, un risultato inferiore a quello del settore manifatturiero nel suo complesso. L’industria delle bevande ha mostrato un andamento più dinamico sul fronte della produzione, cresciuta del 4%. I dati sul fatturato sono stati però meno favorevoli. Il fatturato dell’industria alimentare è diminuito del 4,7%, soprattutto per effetto del calo del 6,5% sul mercato interno, mentre le vendite all’estero di prodotti alimentari sono aumentate del 3%.
Per le bevande, il quadro è stato più debole sul fronte dei ricavi. Il fatturato del settore è sceso del 2,7%, con vendite in calo sia in Italia sia all’estero. Il fatturato interno delle bevande è diminuito dello 0,4%, mentre quello estero ha registrato una flessione del 7,8%. La divergenza tra l’aumento della produzione e il calo delle vendite suggerisce un contesto commerciale più difficile per le aziende del settore, soprattutto per quelle che dipendono dai mercati di esportazione.
I dati sul commercio mostrano forti differenze tra le categorie di prodotto. Le esportazioni di prodotti lattiero-caseari sono cresciute del 2,7%, quelle di carni preparate del 2,9% e i prodotti a base di cereali del 2,1%. Le esportazioni di vino sono diminuite del 3%, quelle di prodotti dolciari del 6% e quelle di olio d’oliva hanno registrato il calo più marcato, pari al 15%. Per le aziende del settore delle bevande, e in particolare per i produttori di vino, questi dati rappresentano un riferimento per pianificare l’export e definire i prezzi in una fase in cui il comparto agroalimentare nel suo complesso continua a crescere, ma alcune categorie di bevande perdono slancio.
Anche l’andamento delle esportazioni è variato sensibilmente a seconda della destinazione. Le vendite nel Regno Unito sono aumentate del 2,7%, quelle in Svizzera del 2,1% e quelle in Francia dell’1,5%. Le esportazioni in Germania sono diminuite dell’1,9% e le spedizioni negli Stati Uniti del 2,9%. Sul fronte delle importazioni, la Spagna si è confermata il principale fornitore dell’Italia. Gli acquisti dalla Francia sono calati del 4,9%, le importazioni dalla Germania del 5,6% e quelle dai Paesi Bassi del 12,1%, mentre le importazioni dall’Austria sono aumentate del 7,3% e quelle dal Brasile del 3,2%.
Per tipologia di prodotto, l’Italia ha aumentato le importazioni di prodotti ittici del 6,8% e quelle di oli e grassi del 4,4%. Sono invece diminuite le importazioni di carne fresca e congelata, prodotti lattiero-caseari, cacao e caffè crudo. Il rapporto non riconduce questi cambiamenti a un’unica causa, ma li colloca in un trimestre caratterizzato da una domanda selettiva e da risultati disomogenei tra i settori.
Il CREA ha inoltre rilevato il sentiment del settore agroalimentare analizzando i contenuti pubblicati da siti specializzati tra il 15 giugno e il 22 settembre. Le valutazioni positive hanno rappresentato il 64% del totale, in aumento di 2,6 punti percentuali rispetto al trimestre precedente. Le opinioni negative si sono attestate al 34,7%. I dati indicano che il settore è rimasto più fiducioso che pessimista, nonostante le difficoltà di alcune categorie di prodotto sui mercati esteri.
Il bollettino comprendeva anche un’indagine separata sui consumi di vino in Italia, condotta su 1.038 consumatori. Secondo i risultati, il 94,4% degli intervistati ha dichiarato di bere vino almeno occasionalmente. Il gusto è il principale criterio d’acquisto per l’82% del campione, seguito dalla denominazione di origine, indicata dal 73,7%. L’indagine ha inoltre rilevato che il 41,2% sarebbe disposto a spendere più di 20 euro per una bottiglia.
Questi dati sui consumatori potrebbero avere rilevanza anche oltre il comparto del vino. In una fase in cui il fatturato delle esportazioni di bevande è sotto pressione, la conferma che una quota consistente di consumatori continua ad attribuire valore all’origine, alla qualità e alle fasce di prezzo più alte potrebbe influenzare il posizionamento dei prodotti dei produttori di vino e delle altre aziende del settore, in Italia e sui mercati esteri. L’indagine suggerisce che, nonostante la flessione delle vendite all’estero, una parte del mercato resta ricettiva verso le proposte premium legate all’identità e al luogo di origine.