Export di vino italiano in calo del 6,2% nel primo semestre 2026

Il Veneto mantiene il primato nelle vendite all’estero: Prosecco e bianchi fermi aiutano il Nordest a contenere il calo

mercoledì 4 novembre 2026

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Export di vino italiano in calo del 6,2% nel primo semestre 2026

Nel primo semestre del 2026 gli esportatori italiani di vino hanno perso terreno, ma le regioni del Nordest, pilastri delle vendite del Paese sui mercati esteri, hanno tenuto meglio rispetto all’andamento nazionale grazie alla domanda ancora sostenuta di vini bianchi fermi e spumanti, a partire dal Prosecco. Lo indicano i dati presentati mercoledì 4 novembre dalla Fondazione Qualivita.

I dati mostrano che nei primi sei mesi del 2026 il valore delle esportazioni delle aziende vinicole italiane è diminuito del 6,2% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Nello stesso arco temporale i volumi esportati sono calati del 4%, segno che la debolezza della domanda internazionale sta incidendo sia sui prezzi sia sulle spedizioni.

Il Veneto si è confermato la principale regione italiana per l’export di vino, con vendite all’estero per 1,3 miliardi di euro, nonostante una flessione dell’8,4% su base annua. Il Trentino-Alto Adige ha registrato un calo più marcato, pari al 12,2%, mentre il Friuli Venezia Giulia è stata l’eccezione nel Nordest, con una crescita del 2,5% a 121,4 milioni di euro.

Secondo il rapporto della Fondazione Qualivita, il Nordest ha mantenuto il primato sui mercati esteri soprattutto grazie alla forza dei vini bianchi e degli spumanti. Il Prosecco continua a svolgere un ruolo centrale: l’analisi indica una produzione di circa 670 milioni di bottiglie di Prosecco DOP, un volume che contribuisce a spiegare la maggiore tenuta della regione rispetto ad altre aree del settore vitivinicolo italiano.

Christine Mauracher, docente di economia agroalimentare e direttrice dell’Agrifood Lab dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, ha affermato che il settore sta affrontando pressioni sia congiunturali sia strutturali, dopo decenni di espansione. Tra le sfide immediate ha citato dazi, inflazione, calo del potere d’acquisto e tensioni geopolitiche, insieme a cambiamenti di lungo periodo nelle abitudini dei consumatori e agli effetti del cambiamento climatico.

Secondo Mauracher, il Nordest beneficia ancora di prodotti molto riconoscibili, in particolare il Prosecco, che ha descritto come parte di una filiera integrata capace di innovare, anche con categorie come il rosé. Ha però sostenuto che gli altri tipi di vino devono ritrovare slancio reinventandosi e articolando l’offerta su una gamma più ampia di fasce di prezzo, comprese proposte più accessibili.

Ha inoltre affermato che i produttori devono diversificare le destinazioni dell’export, poiché le vendite sono spesso concentrate in un numero limitato di mercati esteri. A suo avviso, il settore dovrà anche contenere la produzione, un’indicazione che assume ancora più rilievo mentre le giacenze continuano ad aumentare.

A fine luglio le scorte in cantina hanno raggiunto i 16 milioni di ettolitri, contro i 13,6 milioni di un anno prima. L’aumento delle giacenze è diventato un campanello d’allarme per i produttori, soprattutto in una fase in cui la domanda internazionale è meno prevedibile e l’andamento delle diverse regioni è sempre più disomogeneo.

Nel corso dell’anno si sono intravisti alcuni segnali di miglioramento. Nel terzo trimestre le esportazioni verso i mercati fuori dall’Unione europea sono cresciute dell’8% e, secondo i dati citati da Qualivita, il mercato statunitense ha mostrato una nuova ripresa. Il bilancio dei primi nove mesi del 2026 è tuttavia rimasto negativo, con un export ancora in calo del 3%.

Anche i dati sulla produzione hanno restituito un quadro più articolato rispetto a quello che emerge dai soli dati commerciali del primo semestre. A settembre gli imbottigliamenti di vini DOC e DOCG sono aumentati del 5%, trainati dagli spumanti e dai bianchi fermi, in crescita di circa il 7%. Il rapporto ha inoltre indicato nell’enoturismo, in rafforzamento, un fattore di sostegno per il settore.

Il quadro ha rilevanza ben oltre i vigneti: il Veneto resta la principale piattaforma italiana per l’export di vino e i cambiamenti nella regione possono influenzare le scelte produttive, le strategie di prezzo e i mercati di destinazione dell’intero comparto delle bevande. Per cantine, importatori e distributori, i dati suggeriscono che il modello tradizionale, basato su pochi grandi mercati esteri e su etichette affermate, potrebbe rivelarsi meno affidabile con l’evoluzione dei consumi e l’aumento della pressione su volumi e margini.

Le voci del settore citate nell’analisi hanno inoltre invocato interventi strutturali più ampi e un maggiore coordinamento. Il dibattito riflette la crescente preoccupazione che neppure le regioni con marchi di forte richiamo internazionale possano fare affidamento soltanto sui successi passati dell’export, soprattutto mentre i produttori devono conciliare i livelli produttivi con una domanda più debole e un mercato più frammentato.

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