22-06-2026

Una nuova minaccia di dazi statunitensi sul vino francese sta attirando un esame più attento da parte del settore vinicolo perché si basa su un percorso giuridico che in passato ha già superato contestazioni in tribunale: la Sezione 301 del Trade Act del 1974.
La disputa ruota attorno alla Digital Services Tax francese, un prelievo del 3% sui ricavi digitali delle grandi aziende con oltre 750 milioni di euro di fatturato globale. La tassa si applica inoltre solo oltre una soglia di ricavi domestici di 25 milioni di euro in Francia. I critici negli Stati Uniti sostengono che questa struttura prenda di fatto di mira i principali gruppi tecnologici americani, tra cui Google, Amazon, Meta, Apple e Microsoft, risparmiando invece i concorrenti locali più piccoli.
In base alla Sezione 301, l’Office of the U.S. Trade Representative può indagare se una misura estera sia discriminatoria o ingiusta nei confronti del commercio statunitense e, se giunge a tale conclusione, imporre dazi ritorsivi sulle importazioni da quel Paese. Quei dazi non devono necessariamente colpire il settore al centro della disputa. Il vino potrebbe essere preso di mira anche se il conflitto riguarda la tassazione digitale.
Questa possibilità conta per importatori, distributori, dettaglianti e ristoranti negli Stati Uniti, che probabilmente assorbirebbero gran parte del danno immediato derivante da un dazio del 100% sul vino francese. Anche i produttori francesi subirebbero ripercussioni, soprattutto in uno dei loro mercati di esportazione più importanti, ma precedenti tornate tariffarie hanno mostrato che spesso gli acquirenti statunitensi sopportano una quota rilevante dello shock attraverso costi più elevati, ordini cancellati e una scelta ridotta.
La Francia non è l’unico Paese a utilizzare questo tipo di tassa. Anche Italia, Spagna e Austria hanno digital services taxes che hanno suscitato critiche a Washington. Il Canada ha adottato una misura simile nel 2020 e poi ha deciso di revocarla nel gennaio 2025 dopo le obiezioni dell’amministrazione Trump.
Il rilievo giuridico del caso francese sta nel modo in cui la tassa è strutturata. Gli oppositori sostengono che un Paese possa tassare l’attività digitale all’interno dei propri confini e possa esentare le imprese locali molto piccole, ma collegare la responsabilità al fatturato globale crea un sistema che colpisce le grandi aziende straniere escludendo le imprese domestiche con vendite simili all’interno della Francia. Questo argomento potrebbe rafforzare un caso ai sensi della Sezione 301 se l’amministrazione decidesse di portarlo avanti.
L’industria del vino ha già visto questo meccanismo in passato. Una disputa U.S.-UE di lunga durata sui sussidi ad Airbus è iniziata sotto la presidenza di George W. Bush, è proseguita durante gli anni di Obama e ha poi portato a dazi sui beni europei nel primo mandato di Donald Trump. Quei dazi sono rimasti in vigore perché erano legati a una controversia commerciale consolidata ed erano stati confermati come legittimi nell’ambito dell’autorità della Sezione 301. Il presidente Joe Biden ha successivamente rimosso quei dazi, ma solo dopo che i negoziati avevano allentato le tensioni.
Questa storia ha reso alcuni operatori più cauti nel liquidare nuove minacce tariffarie come semplice teatro politico. Trump ha spesso usato gli avvertimenti sui dazi come leva senza poi passare ai fatti, ma giuristi commerciali e operatori di mercato osservano che una disputa fondata sulla Sezione 301 offre all’amministrazione una base giuridica più chiara rispetto a molte proposte tariffarie ad hoc.
Trump si trova in Francia per il vertice del G7, dove ci si aspetta che le tensioni commerciali facciano parte dei colloqui più ampi tra Washington e i leader europei. Qualsiasi decisione potrebbe comunque dipendere dalla diplomazia tanto quanto dal procedimento legale. Ma per le aziende vinicole su entrambe le sponde dell’Atlantico, la preoccupazione non è più soltanto se un’altra minaccia svanirà. È se questa abbia abbastanza sostegno giuridico da diventare reale.