I parlamentari italiani chiedono di ammettere le varietà resistenti alle malattie nei vini DOC e DOCG
Un’interrogazione bipartisan chiede al ministro dell’Agricoltura di rivedere il divieto del 2016, ma servirebbe una nuova legge
martedì 27 ottobre 2026

Una nuova iniziativa parlamentare in Italia riporta al centro del dibattito sulla politica vitivinicola le varietà di vite resistenti alle malattie, aprendo la prospettiva di possibili cambiamenti per alcune delle denominazioni più tutelate del Paese.
Il 20 ottobre, alcuni deputati hanno presentato un’interrogazione formale al ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida, chiedendo quali misure intenda adottare il governo per consentire l’inclusione delle cosiddette varietà PIWI nei disciplinari di produzione dei vini DOC e DOCG. Si tratta delle categorie italiane di denominazione protetta per i vini legati a specifici territori, metodi di produzione e varietà di uva.
L’iniziativa non modifica la normativa attualmente in vigore e le cantine italiane non possono ancora utilizzare varietà PIWI interspecifiche nei vini DOC o DOCG. Per consentirlo sarebbe prima necessaria una modifica legislativa, seguita da revisioni caso per caso dei singoli disciplinari.
La questione è dibattuta da anni, ma questo mese è tornata nell’agenda politica dopo che il vicepresidente del Senato Gian Marco Centinaio, della Lega, e la deputata del Partito Democratico Antonella Forattini hanno annunciato un’iniziativa bipartisan durante un evento del 10 ottobre a Voghera incentrato sul Pinot Noir, la disponibilità idrica, le temperature e le varietà di vite resistenti.
L’interrogazione parlamentare presentata il 20 ottobre, registrata con il n. 5-05886, è stata depositata da Forattini insieme ai deputati Marino, Romeo, Andrea Rossi e Vaccari. Chiede se il governo intenda promuovere modifiche all’articolo 33 del Testo Unico del vino del 2016, sostenere la ricerca sulle varietà resistenti e avviare consultazioni con le autorità regionali, i consorzi di tutela, le organizzazioni agricole e gli organismi scientifici.
Al centro della controversia c’è l’articolo 33 della legge 238/2016, nota come Testo Unico del vino. Il comma 6 vieta ai vini prodotti, anche solo in parte, con ibridi interspecifici tra Vitis vinifera e altre specie di vite americane o asiatiche di utilizzare le denominazioni di origine. Il divieto si applica quindi ai vini DOC e DOCG.
In base alla normativa attuale, le cantine possono utilizzare varietà di uva iscritte nel registro nazionale delle varietà di vite per alcuni vini IGT, una categoria inferiore di indicazione geografica, se lo consentono le norme regionali e il disciplinare di produzione del vino. La stessa flessibilità non si applica però ai vini DOC e DOCG, anche quando la coltivazione di una varietà PIWI è autorizzata nella regione in cui si trova il vigneto.
La restrizione italiana si affianca a un quadro europeo più ampio, che già consente la possibilità di utilizzare incroci tra Vitis vinifera e altre specie del genere Vitis nella produzione di vini DOP. In pratica, tuttavia, la legge nazionale italiana continua a escludere questa possibilità per i vini a denominazione.
Non è il primo tentativo di modificare la norma. Il 28 maggio 2024, il senatore Pietro Patton ha presentato il disegno di legge n. 1152, che proponeva di abrogare il comma 6 dell’articolo 33 e di riformulare il comma 7, estendendo ai vini DOC la possibilità di utilizzare varietà iscritte nel registro nazionale. Il disegno di legge è stato assegnato a una commissione del Senato il 18 giugno 2024, ma il suo esame non è ancora iniziato.
La novità è il rinnovato sostegno politico all’iniziativa da parte di parlamentari sia della maggioranza sia dell’opposizione.
Le varietà PIWI sono ottenute con metodi di incrocio convenzionali per migliorare la resistenza alle malattie fungine della vite, in particolare peronospora e oidio. Secondo i sostenitori, sono sempre più rilevanti per i viticoltori che devono affrontare la pressione delle malattie, l’aumento dei costi di produzione e condizioni meteorologiche più variabili. In concreto, un maggiore ricorso a queste varietà potrebbe ridurre il numero di trattamenti fitosanitari necessari in alcuni vigneti, contenendo i costi e l’uso dei macchinari e riducendo potenzialmente l’impatto ambientale. La questione potrebbe interessare il settore delle bevande se i parlamentari decidessero infine di aprire a queste uve le principali denominazioni vinicole italiane, anche se qualsiasi effetto dipenderebbe da una riforma normativa e dalle decisioni delle singole denominazioni.
L’interesse potenziale è spesso maggiore nelle zone di coltivazione umide o nei vigneti ripidi e terrazzati, dove ripetere i trattamenti è difficile e costoso. Una maggiore resistenza, tuttavia, non equivale a un’immunità completa. Il livello di protezione dipende ancora dalla varietà, dalla pressione delle malattie e dalle condizioni climatiche di ciascuna annata.
Secondo i dati citati nel dibattito parlamentare del 2026, nel registro nazionale italiano figurano attualmente 36 varietà PIWI, divise equamente tra 18 uve bianche e 18 rosse. La loro coltivazione resta soggetta alle norme regionali.
I parlamentari promotori dell’ultima iniziativa hanno inoltre sottolineato che un’eventuale apertura dovrebbe essere accompagnata da valutazioni enologiche e procedure trasparenti, a tutela del carattere tipico dei vini a denominazione. Il punto riflette una preoccupazione centrale per il settore vitivinicolo italiano: stabilire se sia possibile introdurre innovazioni senza indebolire l’identità che le regole DOC e DOCG intendono proteggere.
Anche se il Parlamento modificasse la legge, le cantine non sarebbero immediatamente libere di utilizzare qualsiasi varietà resistente in qualunque vino a denominazione. Ogni DOC o DOCG ha un proprio disciplinare di produzione, che stabilisce le varietà ammesse e le relative proporzioni. Per ammettere nuove varietà PIWI, sarebbe comunque necessario modificare formalmente il disciplinare della denominazione interessata, seguendo le procedure previste dalla legge.
Consorzi di tutela e produttori continuerebbero quindi ad avere un ruolo importante e dovrebbero decidere se una varietà resistente sia compatibile con lo stile, la riconoscibilità e l’identità storica di una determinata denominazione.
Alcune denominazioni hanno già approfondito il tema attraverso attività di ricerca. Nel settore è stata citata la DOC Delle Venezie come esempio di denominazione che ha condotto sperimentazioni sulle varietà resistenti per la produzione di Pinot Grigio. Le prove mirano a raccogliere dati agronomici ed enologici, non a concedere un’autorizzazione commerciale generale all’uso di varietà PIWI nei vini DOC.
Al dibattito più ampio hanno partecipato figure di spicco del mondo vitivinicolo italiano, tra cui Attilio Scienza, Luciano Brancadoro e l’enologo Nicola Biasi, presenti all’incontro di Voghera. Il loro coinvolgimento riflette come la discussione sia andata oltre la politica, investendo le pratiche agricole, la qualità del vino e l’adattamento a lungo termine alla pressione del clima e delle malattie.
Per ora, tuttavia, la situazione giuridica resta invariata. I vini a denominazione italiani continuano a essere soggetti al divieto previsto dall’articolo 33 e l’interrogazione parlamentare del 20 ottobre non fissa scadenze né per la risposta del governo né per l’avanzamento di un disegno di legge. I prossimi passaggi dipenderanno dalla risposta di Lollobrigida, da un’eventuale ripresa dell’iter del disegno di legge di Patton al Senato e dalla decisione del Parlamento di affrontare o meno una riforma più ampia della normativa vitivinicola.