L’Italia punta a trasformare il cibo in politica estera

Un nuovo rapporto sostiene che l’agroalimentare può ampliare l’influenza italiana attraverso commercio, tecnologia, cooperazione e definizione degli standard globali

19-05-2026

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Il settore agroalimentare italiano viene ripensato come strumento di politica estera, non solo come motore dell’export, in un nuovo rapporto che sostiene che il Paese dovrebbe usare il proprio sistema alimentare per costruire influenza all’estero attraverso commercio, tecnologia, cooperazione e definizione degli standard.

Il rapporto, “Quattro Mondi - Dialogo globale di prospettiva strategica con le nuove generazioni per il futuro della diplomazia agroalimentare,” è stato elaborato dalla task force di ricerca-azione Rural Hack, una piattaforma con sede a Napoli focalizzata su innovazione nei sistemi alimentari, sostenibilità e tecnologie agricole del futuro. È stato promosso da Nicola Caputo, consigliere per export e internazionalizzazione del settore agroalimentare del ministro degli Esteri Antonio Tajani. Lo studio è stato presentato a Roma nei giorni scorsi alla Farnesina, dove circa 80 giovani scienziati, accademici e ricercatori provenienti da tutto il mondo si sono riuniti per discutere quello che il rapporto definisce “food diplomacy”.

L’argomento centrale è che l’agroalimentare italiano debba essere considerato un’infrastruttura strategica della politica estera. Il rapporto afferma che il peso economico del settore, riflesso nei dati sull’export, può tradursi in influenza geopolitica se l’Italia lo affronta come un sistema differenziato di relazioni e non come una singola categoria di esportazione. Ciò significa guardare a dove l’Italia vende cibo, cosa vende e in che modo prodotti, macchinari e know-how plasmano i rapporti con i diversi Paesi.

Lo studio suddivide i mercati globali in quattro cluster. Il primo comprende le economie mature ad alto potere d’acquisto, in particolare Germania, Francia e Stati Uniti. In questi mercati, il rapporto afferma che l’Italia non è semplicemente un fornitore di beni di consumo, ma un esportatore di cultura e stile di vita premium. Mantenere una posizione di fascia alta in questi Paesi viene descritto come essenziale per la resilienza della filiera nazionale e per il soft power italiano.

Il secondo cluster riguarda le economie emergenti come gli Stati del Golfo, guidati dagli Emirati Arabi Uniti, oltre a Brasile, India e Paesi del Sud-est asiatico. Questi mercati sono caratterizzati da crescita demografica, rapida urbanizzazione ed espansione delle classi medie. In questi contesti, il rapporto sostiene che l’Italia debba andare oltre la vendita di prodotti finiti e posizionarsi come partner industriale e tecnologico. Gli strumenti agritech, i sistemi digitali di tracciabilità e le applicazioni blockchain vengono presentati non solo come miglioramenti operativi, ma come asset strategici in grado di ridefinire la cattura del valore nelle filiere locali e globali.

Questo cambiamento aiuta anche a spiegare perché le esportazioni di macchinari agricoli e attrezzature per la trasformazione alimentare crescano in alcuni casi più rapidamente delle esportazioni di prodotti alimentari finiti. Il rapporto sostiene che, mentre gli alimenti confezionati diffondono marchi e cultura italiani all’estero, macchinari e agritech creano una forma di dipendenza tecnologica che colloca i sistemi italiani al centro della produzione e della tracciabilità fuori dai confini nazionali.

Il terzo cluster si concentra sulle economie in transizione, soprattutto in alcune aree dell’Africa come il Corno d’Africa, il Sahel e il Nord Africa, oltre al Medio Oriente. Queste regioni devono fare i conti con insicurezza alimentare, stress idrico e pressioni legate al clima. In questi contesti, il rapporto afferma che il ruolo dell’Italia dovrebbe spostarsi dal guadagno commerciale immediato verso la cooperazione scientifica, la diplomazia umanitaria e lo sviluppo rurale. L’obiettivo non è solo l’assistenza alimentare d’emergenza, ma anche una maggiore resilienza locale attraverso formazione agronomica, gestione sostenibile dell’acqua e sostegno alle filiere locali. Il rapporto collega questo lavoro agli sforzi per ridurre instabilità e pressioni migratorie.

Il quarto cluster comprende grandi attori globali come gli Stati Uniti, la Cina, il quadro istituzionale dell’Unione europea e le principali economie del G20. In questi ambiti, il rapporto afferma che la competizione riguarda sempre più la definizione delle regole del commercio internazionale più che il semplice movimento delle merci oltre frontiera. L’Italia dovrebbe usare il proprio peso economico e la propria capacità di attrazione culturale per diventare un hub regolatorio in grado di influenzare le decisioni su sicurezza alimentare, sostenibilità e tracciabilità.

Questo sforzo servirebbe anche un’altra priorità: proteggere le indicazioni geografiche e contrastare i prodotti Italian Sounding che imitano i marchi italiani senza essere prodotti in Italia. Il rapporto afferma che trasformare l’eccellenza produttiva in influenza regolatoria è fondamentale per fare dell’agroalimentare una componente strategica della politica estera.

Caputo ha detto durante la presentazione che il cibo sta diventando uno strumento di dialogo, cooperazione e presenza internazionale. Ha aggiunto che il sistema agroalimentare italiano non è solo un asset economico, ma anche culturale, tecnologico e relazionale, capace di contribuire alla costruzione di nuove forme di diplomazia. L’incontro aveva l’obiettivo di produrre un documento di sintesi per orientare le future riflessioni politiche sulla diplomazia agroalimentare italiana.

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