Uno studio rileva che la ricerca sul clima dei vigneti si concentra sui siti mediterranei irrigui
L’analisi di 92 studi evidenzia come questa distorsione lasci ampie lacune nei dati sull’uso dell’acqua e sullo stoccaggio del carbonio in altri climi.
lunedì 12 ottobre 2026

Una rassegna pubblicata il 12 ottobre sulla rivista OENO One rileva che la ricerca sugli scambi di acqua e carbonio tra i vigneti e l’atmosfera è ancora fortemente sbilanciata a favore dei sistemi irrigui in regioni calde e aride. Restano così ampie lacune nei dati necessari per valutare l’uso dell’acqua e lo stoccaggio del carbonio nei vigneti di altri climi.
L’articolo, firmato da Julien Giraudo, Julien Crétat, Mathieu Thevenot, George Burba e Olivier Mathieu, ha esaminato 92 studi sottoposti a revisione paritaria e pubblicati tra il 2000 e l’inizio del 2025. Nel loro insieme, questi lavori hanno riguardato 47 vigneti e 25 anni di misurazioni effettuate con il metodo della covarianza dei vortici, una tecnica micrometeorologica che utilizza strumenti posizionati sopra la chioma per misurare gli scambi di vapore acqueo e anidride carbonica tra la superficie terrestre e l’aria.
Secondo gli autori, con il cambiamento climatico la viticoltura deve affrontare due sfide connesse: usare l’acqua in modo più efficiente e capire se i vigneti possano contribuire a rimuovere parte della CO2 atmosferica. La rassegna ha rilevato che le conoscenze disponibili sono molto più solide sull’acqua che sul carbonio. Circa l’81% degli studi esaminati si è concentrato sull’evapotraspirazione, o ET, cioè la perdita complessiva di acqua dovuta all’evaporazione dal suolo e alla traspirazione delle piante. Un altro 13% ha analizzato lo scambio netto dell’ecosistema, o NEE, un indicatore che misura se un ecosistema assorbe più carbonio di quanto ne rilasci. Circa il 5% ha esaminato l’efficienza d’uso dell’acqua, che mette in relazione la produzione di biomassa con l’acqua consumata.
La maggior parte degli studi sull’acqua riguarda vigneti irrigui in regioni aride e mediterranee, con una forte concentrazione di lavori legati al progetto GRAPEX della California e ad altre aree viticole calde e secche. Nel complesso, questi studi indicano che il clima è un fattore determinante per le variazioni annuali sia dell’ET sia del NEE, in particolare la radiazione globale e il deficit di pressione di vapore, che riflette la capacità dell’atmosfera di sottrarre umidità alle piante e al suolo.
La rassegna ha rilevato che la traspirazione rappresenta la quota maggiore dell’ET dei vigneti, con valori compresi tra il 56% e l’86% negli studi che hanno distinto le diverse componenti del flusso. È un dato rilevante per i viticoltori: quanto più accuratamente riescono a misurare l’ET, tanto meglio possono stimare il fabbisogno idrico delle viti e regolare l’irrigazione per limitare lo stress idrico. Per i produttori di vino, questo può incidere sia sui costi dell’acqua sia sulla qualità delle uve, mentre le estati più calde e la crescente scarsità idrica aumentano la pressione sulla gestione dei vigneti.
Gli autori sottolineano, al tempo stesso, che la letteratura presenta importanti margini d’incertezza. Molti studi hanno utilizzato le misurazioni delle stazioni di rilevamento dei flussi per testare strumenti alternativi o calibrare modelli di bilancio idrico. Tuttavia, nelle regioni viticole è comune l’avvezione di calore dalle aree circostanti, che può alterare le stime dell’ET ottenute con alcuni di questi metodi. Di conseguenza, gli strumenti convalidati in un sito potrebbero non essere direttamente applicabili a un altro, se cambiano il terreno circostante, le pratiche di gestione o il clima.
Le conoscenze sul carbonio sono più limitate. Secondo la rassegna, la maggior parte degli studi sul NEE è stata condotta in Italia e solo cinque siti risultano avere misurazioni annuali complete del NEE. In questi siti, il bilancio medio annuo è stato di -135.7 g di carbonio per metro quadrato, un risultato che indica che i vigneti mediterranei agiscono da pozzi di carbonio di entità moderata. Gli autori precisano però che il dato non risolve la questione di quanto carbonio i vigneti trattengano realmente: per stimare il bilancio effettivo occorre considerare anche i flussi laterali di carbonio, comprese le uve raccolte e asportate dal vigneto.
La cautela è particolarmente importante mentre le aziende del vino sono sottoposte a crescenti pressioni per documentare la propria impronta ambientale. I dati disponibili possono contribuire a migliorare le decisioni a livello di singolo appezzamento, ma non giustificano ancora affermazioni generali sul carbonio per i vigneti di tutte le regioni. In sostanza, la rassegna mette in guardia dal trasferire i risultati sul bilancio del carbonio di un gruppo ristretto di siti, perlopiù italiani e mediterranei, all’intero settore vitivinicolo senza disporre di misurazioni più rappresentative.
Lo studio rileva inoltre che i vigneti sono ancora scarsamente rappresentati nella rete globale di monitoraggio dei flussi. Nel mondo esistono oltre 2.100 siti di misurazione basati sulla covarianza dei vortici, distribuiti in diversi ecosistemi, scrivono gli autori, ma al momento solo tre siti viticoli fanno parte delle principali reti ad accesso libero: uno in ICOS, uno in FLUXNET e uno in AmeriFlux. Ciò limita la possibilità per ricercatori e viticoltori di confrontare i vigneti con foreste, praterie, terreni coltivati e altri sistemi agricoli sulla base di criteri comuni.
La distribuzione geografica è un problema centrale nella letteratura attuale. Il dataset mensile sul carbonio raccolto per la rassegna era composto per l’88% da dati italiani, e la maggior parte delle osservazioni proveniva da climi subtropicali umidi o mediterranei. Al contrario, i vigneti al di fuori di queste aree, compresi gli impianti ad alta densità nel nord Europa, sono stati studiati molto meno, nonostante il loro peso economico e la loro reputazione consolidata sul mercato del vino. Gli autori osservano inoltre che le varietà di uva da vino adatte ai climi caldi sono sovrarappresentate nella letteratura pubblicata.
L’efficienza d’uso dell’acqua, un tema che potrebbe collegare le questioni dell’irrigazione e del carbonio, resta marginale nel settore. La rassegna ha rilevato che gli studi sulla WUE adottano metodi diversi, rendendo difficili i confronti diretti. Gli autori chiedono un approccio standardizzato, che consenta ai ricercatori di individuare meglio i fattori biofisici alla base dei flussi di acqua e carbonio nei vigneti.
Il messaggio più ampio dell’articolo è che l’adattamento e la mitigazione del cambiamento climatico nei vigneti non possono essere considerati separatamente. Misurazioni più accurate dell’ET possono aiutare i viticoltori a ridurre il consumo d’acqua e a calibrare meglio l’irrigazione. Per capire se i vigneti contribuiscano ad assorbire carbonio, però, servono misurazioni annuali più complete, una contabilizzazione più accurata del carbonio asportato con la vendemmia e più dati su vigneti al di fuori dei sistemi irrigui mediterranei che oggi dominano la letteratura. Gli autori affermano che occorre una rete dedicata al monitoraggio dei flussi nei vigneti, estesa a diversi tipi di suolo, climi e sistemi di gestione, per chiarire in che modo le pratiche viticole influiscano sia sul consumo di acqua sia sull’assorbimento di carbonio.