Lollobrigida: Non chiamiamo le bevande analcoliche "vino".

Il ministro italiano contesta il diritto delle bevande analcoliche a ricevere l'etichetta "vino".

18-04-2024

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Lollobrigida
Lollobrigida esorta il mercato globale del vino a ripensare l'etichetta "vino" per le bevande analcoliche

Nel cuore del famoso Vinitaly, la fiera del vino che definisce le tendenze e i cambiamenti del mercato vitivinicolo mondiale, il Ministro dell'Agricoltura Francesco Lollobrigida ha avanzato una proposta coraggiosa: togliere l'etichetta "vino" dai prodotti analcolici. L'edizione di quest'anno del Vinitaly non si è limitata a degustare i migliori Sangiovese o a discutere le sfumature del Nebbiolo. È stata una piattaforma per cambiamenti normativi potenzialmente rivoluzionari, guidati dalla critica tagliente di Lollobrigida ai prodotti analcolici mascherati da vino.

La posizione del ministro è chiara: per guadagnarsi il titolo di "vino", un prodotto deve attenersi ai processi tradizionali e alle caratteristiche autentiche che hanno definito la bevanda nel corso dei secoli. "Facciamo pure bevande analcoliche, ma non chiamiamole vino", ha esortato Lollobrigida, sottolineando il legame intrinseco tra la qualità del vino genuino e la reputazione che esso gode a livello nazionale e internazionale.

Ma perché questa feroce protezione nei confronti di un nome? Per l'Italia, un Paese in cui le esportazioni di vino superano gli 8 miliardi di euro, mantenere la sacralità di ciò che il vino rappresenta non è solo una questione di orgoglio culturale, ma anche un'importante preoccupazione economica. L'etichetta "vino" porta con sé un'eredità, una promessa di qualità nata da vigneti specifici e da metodi secolari. È una narrazione che Lollobrigida e i suoi colleghi ritengono venga diluita quando viene estesa ai sostituti analcolici.

Questo dibattito non si svolge nel vuoto. In tutta Europa, l'industria del vino sta osservando da vicino la proposta dell'Irlanda di apporre avvertenze sanitarie sulle etichette dei vini, una mossa che ha suscitato preoccupazioni nel cuore della viticoltura italiana. Lollobrigida ha criticato il piano irlandese, visto da molti operatori del settore come una potenziale minaccia all'immagine del vino come prodotto di cultura e piacere piuttosto che di mero contenuto alcolico.

Nel frattempo, Vinitaly è stato anche una vetrina per l'arte e la cultura profondamente intrecciate al vino. Quest'anno, in un'inedita collaborazione con il Ministero della Cultura, una sezione speciale è stata dedicata a installazioni multimediali e opere d'arte, come il "Baccanale" di Picasso e "Le nozze di Cana" di Garofalo. È una testimonianza di come il vino sia più di una semplice bevanda: è un artefatto culturale, ricco di storia e di arte.

Inoltre, la fiera ha messo in luce iniziative come Onirica di Pasqua, un'installazione audiovisiva ambientata in un vigneto della Valpolicella, che coniuga le esperienze sensoriali dell'arte e dell'enologia in un ambiente che invita alla contemplazione e alla celebrazione.

In definitiva, Vinitaly non è solo una fiera del vino. È una dichiarazione di identità culturale, una linea di battaglia tracciata intorno alla definizione stessa di vino e una celebrazione delle profonde e inseparabili connessioni tra vino, arte e patrimonio italiano. Queste discussioni rivelano la complessità del vino come prodotto e simbolo culturale, riflettendo dibattiti più ampi sull'autenticità, la tradizione e le pressioni moderne dei mercati globali.

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