11-05-2026

I produttori italiani di vino stanno affrontando una pressione crescente dovuta a dazi, tensioni commerciali e costi più elevati, anche se il settore resta uno dei comparti più solidi dell’economia agroalimentare del Paese, secondo il sesto rapporto AGRIcoltura100 presentato lunedì a Roma da Reale Mutua e Confagricoltura.
Il rapporto, curato da MBS Consulting, ha coinvolto oltre 3.800 aziende agricole tra agosto 2025 e febbraio 2026. È emerso che la sostenibilità continua a essere un fattore chiave per la competitività dell’agricoltura italiana, ma anche quanto le imprese del vino siano esposte all’instabilità internazionale.
Secondo il rapporto, vino e mosti hanno generato nel 2025 esportazioni per 7,778 miliardi di euro a fronte di importazioni per 566 milioni, con un saldo commerciale positivo di 7,212 miliardi di euro. Questo surplus fa della viticoltura un pilastro centrale dell’equilibrio agroalimentare italiano, soprattutto in un momento in cui altri comparti registrano forti deficit. Il settore ittico ha segnato un disavanzo di 6,8 miliardi di euro, mentre carne e allevamento sono scesi di 5,5 miliardi.
Ma il rapporto sottolinea anche che questa forza comporta dei rischi. I viticoltori italiani dipendono in larga misura dalla domanda estera, in particolare dagli Stati Uniti, che da tempo rappresentano un mercato chiave per l’equilibrio dell’export. Dall’indagine è emerso che il 57,5% dei viticoltori si dice molto o abbastanza preoccupato per dazi e tensioni commerciali, il livello più alto tra le categorie agricole. Un altro 31% delle aziende vinicole ha dichiarato di aver già avvertito effetti diretti di queste tensioni, quasi il doppio della media agricola nazionale del 16,6%.
Il rapporto indica tre principali conseguenze: più burocrazia e maggiori costi di conformità nel commercio internazionale, costi logistici ed esportativi più alti e il rischio di perdere clienti esteri e quote di mercato. Gli Stati Uniti restano il partner più importante per contribuire a compensare i più ampi deficit dell’agroalimentare, ma il rapporto avverte che affidarsi così pesantemente a un solo mercato rende il settore vulnerabile se le condizioni commerciali dovessero peggiorare.
L’indagine mostra anche che molte imprese del vino restano ancora stabili sulla carta. Circa il 70,6% ha dichiarato un fatturato stabile o in crescita, leggermente al di sotto della media agricola del 72,8%. Circa il 73,7% ha affermato di aver mantenuto o aumentato i volumi produttivi. Ma il rapporto osserva che questi dati possono nascondere pressioni sui margini, soprattutto per i produttori più piccoli alle prese con bollette energetiche e costi delle materie prime più alti che non riescono a trasferire integralmente sui खरीenti.
Questa stretta sta spingendo alcune aziende verso operazioni su scala maggiore, modelli di business più integrati e attività legate al turismo come degustazioni e ospitalità. Il rapporto afferma che le imprese che diversificano geograficamente e rafforzano i contratti sono meglio posizionate per assorbire gli shock dei dazi e dei costi di spedizione volatili.
Sottolinea inoltre che la crescita futura dipenderà dalla differenziazione qualitativa più che dalla sola competizione sul prezzo, soprattutto in mercati come India e Paesi Mercosur, dove i costi di produzione sono più bassi e la concorrenza è intensa. Per gli esportatori italiani di vino, sostiene il rapporto, sostenibilità e identità del prodotto dovranno restare centrali mentre cercano nuovi mercati oltre l’Europa, che oggi assorbe il 73% delle esportazioni totali.
I risultati sono stati presentati a Palazzo Della Valle, sede di Confagricoltura, nell’ambito di un confronto più ampio su come l’agricoltura italiana possa restare competitiva adattandosi alla pressione climatica, all’incertezza geopolitica e al rallentamento della crescita globale.
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