Le scorte di vino in Italia salgono a 55,9 milioni di ettolitri

L’offerta in eccesso lascia ai produttori più mosto e vino in fermentazione, mentre la domanda resta indietro rispetto alla produzione.

15-04-2026

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Il settore vitivinicolo italiano apre il 2026 con un problema noto: troppo vino in cantina e una domanda insufficiente a smaltirlo rapidamente. I nuovi dati dell’ICQRF, l’agenzia italiana per i controlli antifrode e la qualità agroalimentare, mostrano che le scorte di vino hanno raggiunto 55,9 milioni di ettolitri a fine marzo, in aumento del 5,7% rispetto a un anno prima. Il dato è inferiore a quello di febbraio, riflettendo il consueto calo stagionale, ma il quadro complessivo continua a indicare un mercato sotto pressione per l’eccesso di offerta.

L’accumulo non riguarda solo il vino finito. I produttori italiani detenevano anche 5,3 milioni di ettolitri di mosto, in aumento del 32,4% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, e 165.263 ettolitri di vino in fermentazione, +8,3%. Nel complesso, questi volumi suggeriscono che altro vino sta ancora attraversando la filiera e che nei prossimi mesi il mercato continuerà a fare i conti con un’offerta elevata.

È significativa anche la concentrazione di queste scorte. Su 523 indicazioni geografiche, appena 20 rappresentano il 58,3% di tutto il vino custodito nelle cantine. Il Prosecco DOP guida nettamente la classifica, con l’11,3% delle scorte totali. Questo riflette la scala produttiva del Prosecco e la sua importanza sui mercati esteri, ma significa anche che qualsiasi rallentamento della domanda può avere un effetto sproporzionato sulle giacenze.

Tra gli altri principali contributori figurano IGP Puglia e IGP Toscana, entrambe realtà importanti nel business vinicolo italiano orientato ai volumi. La concentrazione delle scorte in un numero ristretto di denominazioni dà al settore forza sui mercati export, ma lo espone anche quando la domanda internazionale si indebolisce o gli acquirenti spingono sui prezzi.

La ripartizione regionale mostra uno squilibrio simile. Il Nord Italia detiene il 56,5% delle scorte totali, con il solo Veneto al 25,7%. Questa concentrazione riflette la scala industriale della produzione nel Nord, soprattutto negli spumanti e nelle categorie a indicazione geografica protetta pensate per vendite su grandi volumi.

Per i produttori, scorte elevate significano in genere una rotazione più lenta in cantina e più capitale immobilizzato in vino invenduto. Possono inoltre intensificare la concorrenza all’estero, soprattutto nei segmenti a prezzo più basso come il vino sfuso e i vini IGP, dove gli acquirenti hanno maggiore margine di negoziazione. Ne deriva spesso una pressione sui prezzi franco cantina, rendendo più difficile per le aziende proteggere i margini.

La situazione sta spingendo molti produttori italiani a rivedere la propria strategia. Alcuni stanno investendo di più nelle vendite dirette al consumatore, mentre altri cercano di ampliare l’enoturismo o rafforzare l’identità del marchio nei segmenti premium. L’obiettivo è dipendere meno dai volumi e puntare di più su vendite a maggior valore aggiunto, in grado di reggere meglio le oscillazioni della domanda.

Per il settore vinicolo italiano, gli attuali livelli di stock sono più di un semplice squilibrio temporaneo. Indicano un mercato in cui la produzione è rimasta solida mentre consumi ed export non hanno tenuto lo stesso passo. Questo divario sta ora influenzando prezzi, gestione delle scorte e decisioni aziendali in uno dei maggiori Paesi produttori di vino al mondo.

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