La siccità estrema può cancellare abbastanza raccolti non irrigui da sfamare 2,1 miliardi di persone

23-06-2026

Un nuovo studio globale ha rilevato che le rese dei coltivi non irrigui possono diminuire del 10,1%, con il Mediterraneo tra le regioni più vulnerabili

La siccità estrema può ridurre le rese delle colture non irrigue fino al 10,1% ed eliminare abbastanza cibo da soddisfare il fabbisogno di 2,1 miliardi di persone, secondo uno studio pubblicato su Nature Communications che introduce un nuovo indicatore per misurare quanto le colture siano vulnerabili allo stress idrico.

La ricerca, guidata da Marta Tuninetti del Politecnico di Torino e Kyle Frankel Davis dell'Università del Delaware, presenta l'indicatore Ds, acronimo di Drought Sensitivity. Misura di quanto calano le rese agricole in condizioni climatiche sfavorevoli rispetto a un anno normale. Gli autori hanno affermato che lo strumento colma una lacuna nella ricerca agricola offrendo una visione dettagliata di come diverse colture rispondono alla siccità in specifiche aree di coltivazione nel mondo.

L'analisi si basa su dati climatici globali dal 1961 al 2018, comprese precipitazioni, evapotraspirazione, caratteristiche del suolo e statistiche agricole ad alta risoluzione. Esamina 17 colture che rappresentano il 75% della produzione globale.

Lo studio ha rilevato una netta divisione tra agricoltura irrigua e non irrigua. Le colture irrigue, sostenute da un apporto artificiale di acqua, sono riuscite durante i periodi di siccità a mantenere le rese e in alcuni casi persino ad aumentarle. Le colture non irrigue, che dipendono solo dalle precipitazioni naturali, sono risultate molto più esposte agli eventi meteorologici estremi.

Tra le colture studiate, la soia ha mostrato una vulnerabilità alla siccità del 15,2%, seguita dalle patate al 13,5% e dalla colza al 12,6%. Miglio, arachidi e ignami sono risultati più stabili negli anni secchi, con livelli di vulnerabilità rispettivamente del 6,8%, 6,2% e 2,8%.

I ricercatori hanno inoltre mappato le aree hotspot della sensibilità alla siccità, dove condizioni climatiche e caratteristiche delle colture si combinano aumentando il rischio di perdite. Tra queste aree figurano parti degli Stati Uniti centrali, dove soia, orzo e sorgo sono particolarmente vulnerabili; il Brasile orientale, con patate, manioca e canna da zucchero; parti della Cina, dove orzo, palma da olio e patate sono più sensibili mentre il riso appare più resiliente; e il bacino del Mediterraneo, che lo studio identifica come una delle regioni più critiche al mondo.

Nel Mediterraneo orientale della Spagna, Marocco e Algeria emergono come aree in cui colza, patate, grano e orzo affrontano un'esposizione elevata. Gli autori hanno affermato che l'identificazione di questi hotspot può aiutare governi e organizzazioni internazionali a indirizzare politiche di adattamento e investimenti pubblici verso i luoghi in cui l'azione è più urgente e probabilmente più efficace nel ridurre le perdite.

Lo studio sostiene che due misure potrebbero avere un forte impatto: ampliare l'irrigazione dove sia sostenibile e sostituire le colture più sensibili con altre più resilienti. Insieme, queste strategie potrebbero ridurre le perdite di oltre il 60% e aumentare le rese medie fino al 14%, secondo gli autori.

Tuninetti ha detto che il lavoro offre una comprensione più precisa di quali colture siano più sensibili alla siccità nelle diverse parti del mondo. Ha aggiunto che ricercatori e decisori politici possono usare il quadro analitico per testare risposte su larga scala e stimarne i benefici, con l'obiettivo di stabilizzare e aumentare l'offerta agricola globale.

I risultati sono rilevanti per i produttori di bevande perché molte bevande dipendono da materie prime agricole esposte al rischio siccità. L'orzo è centrale per la produzione della birra, la canna da zucchero è usata nel rum e nei dolcificanti per le bibite analcoliche, e la pressione sull'approvvigionamento dei cereali può incidere anche su distillati e filiere beverage legate all'alimentazione. Nelle aree agricole mediterranee che sostengono la produzione vinicola, lo stress idrico più ampio può inoltre intensificare la pressione sulle decisioni relative all'uso del suolo e all'irrigazione anche se l'uva non rientrava tra le colture valutate in questo studio.

Il paper colloca i propri risultati in un cambiamento più ampio dell'agricoltura globale dagli anni Sessanta. La produzione alimentare mondiale è triplicata in quel periodo, soprattutto grazie alla diffusione di un numero limitato di colture ad alta resa come riso, mais e grano. Gli autori hanno affermato che la crescente specializzazione ha reso molti sistemi agricoli meno diversificati e, in alcuni casi, più vulnerabili agli shock climatici come la siccità.