
Nel mondo della viticoltura, la trasformazione da viti selvatiche dioiche a varietà coltivate ermafrodite presenta un'affascinante narrazione dell'influenza umana e dell'adattamento genetico. Questo viaggio della vite, scientificamente nota come Vitis, è segnato da significativi sviluppi botanici e genetici, che hanno dato forma alla moderna industria del vino.
In natura, la vite presenta un sistema riproduttivo dioico, ovvero le singole piante sono distintamente maschili o femminili. Questo si osserva in circa 70 specie di Vitis selvatica. Tuttavia, un netto contrasto si riscontra nelle varietà coltivate, che sono tutte ermafrodite, con fiori maschili e femminili sulla stessa pianta.
La sottospecie della Vitis vinifera, la specie principale utilizzata nella produzione di vino, illustra ulteriormente questa dicotomia. Mentre la Vitis vinifera L. subsp. sylvestris mantiene la sua natura dioica, la sua controparte, la Vitis vinifera L. subsp. sativa, è esclusivamente ermafrodita.
La transizione della vite dalle forme dioiche a quelle ermafrodite è il risultato della coltivazione selettiva operata dall'uomo nel corso dei secoli. In uno studio guidato da Dario Cantù presso l'Università della California, sono state esplorate le basi genetiche di questo passaggio. La ricerca ha identificato due geni chiave: uno responsabile della fertilità maschile e l'altro della soppressione della fertilità femminile.
Nel contesto più ampio delle angiosperme, le specie dioiche sono relativamente rare, rappresentando solo il 6% circa delle piante da fiore. Molte piante coltivate, come le palme da dattero, i cachi e gli asparagi, conservano la loro natura dioica selvatica. Tuttavia, nel caso della vite, la domesticazione ha portato a un ritorno all'ermafroditismo.

Le implicazioni pratiche della coltivazione della vite ermafrodita sono significative. Se la vite rimanesse dioica, sarebbero necessarie piante maschili e femminili per la produzione di frutti, complicando la coltivazione. Le viti maschili occuperebbero spazio senza produrre frutti e una fecondazione imperfetta potrebbe portare a grappoli incompleti.
La capacità della vite ermafrodita di autoimpollinarsi semplifica la coltivazione e il trasporto. Questa praticità è una delle ragioni principali per cui sono state scelte dai coltivatori nel corso degli anni.
L'identificazione di geni cruciali per la fertilità della vite è una pietra miliare nella ricerca viticola. Semplifica i processi di selezione, consentendo all'analisi genetica di filtrare gli individui non ermafroditi. Queste conoscenze hanno implicazioni di vasta portata per lo sviluppo di nuove varietà di uva, l'aumento della resistenza alle malattie e il miglioramento della qualità dei frutti.
La ricerca di Dario Cantù, in corso presso l'Università della California, mira ad ampliare la comprensione di altri aspetti genomici legati alla resistenza alle malattie della vite. Cesare Intrieri, rinomato professore emerito dell'Università di Bologna, sottolinea l'importanza di questi studi genomici per comprendere l'influenza dei geni su tratti come il contenuto zuccherino e lo sviluppo dell'aroma.
Mentre l'industria viticola si muove verso la sostenibilità e la soddisfazione delle richieste dei consumatori, queste intuizioni genetiche aprono la strada a un approccio più efficiente ed ecologico alla coltivazione della vite e alla produzione del vino.
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