I vivaisti viticoli italiani chiedono un piano nazionale per il rinnovo dei vigneti
L’appello arriva dopo un aumento del 6,9% delle giacenze di vino e un calo del 6,2% del valore delle esportazioni nel primo semestre del 2026.
mercoledì 14 ottobre 2026

Mercoledì le associazioni dei vivaisti viticoli italiani hanno chiesto un piano nazionale per rinnovare i vigneti del Paese e si sono opposte all’impiego di fondi pubblici per pagare i viticoltori affinché estirpino le viti. Secondo le associazioni, l’Italia dovrebbe reagire alla domanda più debole e alle pressioni climatiche modernizzando la produzione, anziché ridurla.
L’appello è stato lanciato da Miva, l’associazione italiana dei vivaisti viticoli, e dall’Associazione Vivaisti Viticoli del Friuli Venezia Giulia, due realtà che insieme rappresentano gran parte del settore vivaistico nazionale. Il loro intervento aggiunge una nuova voce a un dibattito che si sta intensificando nel comparto vinicolo, mentre i produttori di diversi Paesi, tra cui Francia, Spagna, Australia e Stati Uniti, in particolare la California, devono fare i conti con un eccesso di offerta e consumi più deboli.
In Italia, le associazioni di settore e gli interessi regionali stanno discutendo se consentire estirpazioni mirate in aree particolarmente sotto pressione. Secondo i vivaisti, questo approccio rischierebbe di ridurre una capacità produttiva costruita nel corso di decenni, senza risolvere i problemi più profondi del settore.
«La risposta alla crisi non può essere trovata nei contributi per l’estirpazione», ha dichiarato Dino Scanavino, presidente di Miva, in una nota diffusa dalle due associazioni. Le risorse disponibili, ha aggiunto, dovrebbero invece essere destinate alla ristrutturazione e alla riconversione dei vigneti, così da permettere alle aziende di orientarsi verso appezzamenti più efficienti e resilienti, meglio in linea con la futura domanda di mercato.
Miva ha dichiarato di rappresentare 100 imprese presenti in tutte le regioni italiane. L’associazione del Friuli Venezia Giulia ha riferito di riunire 12 vivai di diverse dimensioni e con differenti livelli produttivi, tra cui Vivai Cooperativi Rauscedo, uno dei principali operatori del Paese. Secondo le associazioni, il Friuli Venezia Giulia rappresenta oltre il 50% della produzione vivaistica viticola italiana.
La proposta si basa su uno strumento di politica agricola già esistente. Le associazioni hanno affermato che i fondi già previsti dalla politica vitivinicola dell’Unione europea e dal piano strategico della Politica agricola comune italiana dovrebbero essere impiegati con maggiore incisività per favorire l’innovazione, anziché limitarsi a sostenere il reimpianto dei vigneti secondo il modello precedente.
Secondo le associazioni, troppo spesso la ristrutturazione si è tradotta nella sostituzione di un vecchio vigneto con uno nuovo pressoché identico, con le stesse varietà, gli stessi cloni, portinnesti, densità d’impianto e sistemi di allevamento, senza tenere pienamente conto dei cambiamenti climatici e della domanda dei consumatori. A loro avviso, il rinnovo dovrebbe essere più selettivo e basato su criteri tecnici, puntando su materiale vegetale e configurazioni dei vigneti in grado di adattarsi a condizioni più calde, usare l’acqua in modo più efficiente, resistere alle malattie e preservare equilibrio e qualità delle uve.
Yuri Zambon, direttore di Vivai Cooperativi Rauscedo, ha affermato che estirpare un vigneto di Merlot e piantarne un altro della stessa varietà, seguendo lo stesso modello produttivo, può abbassare l’età media delle viti, ma non necessariamente migliorare la capacità del vigneto di affrontare le condizioni future. Genetica, varietà, cloni, portinnesti e metodi di allevamento, ha detto, dovrebbero rientrare in una strategia più ampia, che parta da una domanda commerciale fondamentale: che tipo di vino dovranno produrre e vendere i produttori italiani tra 10 o 15 anni?
Le associazioni dei vivaisti hanno fondato le proprie argomentazioni sia sui dati di mercato sia sull’andamento meteorologico. Hanno riferito che il 31 luglio 2026, poco prima di una vendemmia insolitamente anticipata, le cantine italiane detenevano 42,6 milioni di ettolitri di vino, il 6,9% in più rispetto allo stesso periodo del 2025. In giacenza c’erano inoltre 3,1 milioni di ettolitri di mosto, in aumento del 31,5%.
Al tempo stesso, hanno affermato che la domanda ha rallentato. Nel primo semestre del 2026, le esportazioni italiane di vino hanno superato di poco i 3,6 miliardi di euro, con un calo del 6,2% in valore e del 4% in volume rispetto all’anno precedente. I vini fermi in bottiglia hanno perso l’8,9% in valore, mentre le vendite sul mercato interno nella grande distribuzione sono diminuite del 2,5% in volume.
Secondo le associazioni, alle pressioni commerciali si sommano i cambiamenti delle condizioni di coltivazione. La maturazione più rapida, le vendemmie anticipate, le temperature più elevate e gli eventi meteorologici sempre più imprevedibili stanno modificando le condizioni di produzione delle uve. In questo contesto, hanno avvertito, fattori climatici e di mercato agiscono contemporaneamente sullo stesso modello produttivo.
Le associazioni hanno anche invitato alla prudenza perché, a loro avviso, le politiche di estirpazione adottate in passato non hanno prodotto una correzione duratura dell’equilibrio tra domanda e offerta. La questione è particolarmente delicata nei vigneti storici e collinari, dove la viticoltura svolge anche una funzione territoriale, contribuendo a preservare il paesaggio e a contrastare l’abbandono dei terreni e il dissesto idrogeologico.
Oltre al rinnovo dei vigneti, secondo il settore vivaistico anche la strategia di prodotto dovrebbe partire dal campo. Le associazioni hanno segnalato il crescente interesse per i vini a minor gradazione alcolica e hanno affermato che questa tendenza non dovrebbe essere affrontata soltanto con tecnologie di cantina o destinando le eccedenze produttive ad altre categorie. A loro avviso, i vini più leggeri possono essere programmati già in vigneto, attraverso scelte genetiche, selezione dei cloni, portinnesti, pratiche agronomiche e tempi di vendemmia che consentano di raggiungere la maturità aromatica e fenolica con livelli di zucchero inferiori.
Zambon ha affermato che la questione non è come adattare il vino già prodotto a un mercato in evoluzione, ma come progettare il vigneto in funzione del tipo di vino che i consumatori vorranno in futuro. Il settore vivaistico, ha aggiunto, può mettere a disposizione genetica vegetale, conoscenze agronomiche e materiale di propagazione per sostenere questa transizione.
Le due associazioni hanno dichiarato di voler avviare un confronto con le istituzioni pubbliche, le organizzazioni di settore, i consorzi e il mondo della ricerca per elaborare un progetto nazionale di rinnovo dei vigneti che integri risorse pubbliche, ricerca genetica, sostenibilità, adattamento climatico e strategia di mercato.
Il loro intervento arriva mentre il settore vinicolo italiano continua a valutare come reagire al calo dei consumi in alcuni mercati e al permanere di elevate giacenze, senza compromettere un comparto centrale per le economie rurali e per il profilo esportativo del Paese. Secondo le associazioni dei vivaisti, la leadership italiana nel vino non si tutela semplicemente producendo meno, ma rinnovando i vigneti in modo da migliorare ciò che si potrà produrre e vendere negli anni a venire.