Alla scoperta dei segreti del vino romano

Come le antiche pratiche romane plasmano la nostra cultura del vino oggi

07-03-2024

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Grafico dello studio che mostra come i Romani fermentavano i vini all'interno di vasi di argilla, ideali per il controllo della temperatura (Università di Cambridge).

Immaginate di fare un salto indietro nel tempo, attraversando le strade affollate dell'antica Roma, con una tazza di vino in mano: non un vino qualsiasi, ma un intruglio intriso di storia, che riecheggia i sapori, i colori e gli aromi che un tempo deliziavano i palati dei romani. Grazie a una ricerca innovativa, siamo più vicini che mai a comprendere e forse anche ad assaggiare l'essenza degli antichi vini romani. Questo recente studio non solo illumina la raffinatezza della produzione vinicola romana, ma traccia anche affascinanti paralleli (e rivela forti contrasti) con la nostra cultura vinicola contemporanea.

L'amore dell'antica Roma per il vino è ben documentato, ma per anni l'esperienza sensoriale di sorseggiare questi vini storici è rimasta un mistero allettante. Ecco il lavoro innovativo condotto dal dottor Dimitri Van Limbergen e dal suo team, le cui scoperte, pubblicate sulla rivista Antiquity, hanno dipinto un quadro vivido della complessità della viticoltura antica e delle sue inaspettate somiglianze con la vinificazione moderna.

La viticoltura romana, come è emerso, non era un affare rudimentale, ma una scienza sofisticata. Lo studio rivela che i viticoltori romani non erano semplici coltivatori di uva, ma abili artigiani, che utilizzavano tecniche come la macerazione controllata, la gestione dell'ossidazione e la follatura, metodi ancora in uso oggi. Questi processi consentivano di produrre vini con colori, sapori e aromi diversi, sfidando la visione semplicistica del vino antico come bevanda monolitica.

Secondo Van Limbergen, le controparti moderne più vicine ai vini romani sono forse i pétillant naturels, i vini all'arancia, e i Saperavis rossi della Georgia, dove la fermentazione e l'invecchiamento in qvevri (recipienti di terracotta simili ai dolia romani) sono ancora praticati. Questo metodo, semplice e ingegnoso, allude a una tradizione enologica che trascende i millenni, collegandoci ai nostri antichi antenati attraverso il linguaggio universale del vino.

Ciò che colpisce particolarmente è la noncuranza dei Romani nei confronti delle nostre classificazioni contemporanee dei colori del vino. Invece di un bianco e di un rosso binari, i vini romani abbracciavano uno spettro che andava dal bianco al giallo, all'ambra, al marrone e poi alle tonalità più profonde del rosso e del nero, suggerendo una ricca diversità nel gusto e nell'aspetto.

L'analisi meticolosa dei dolia rinvenuti nei siti archeologici delle ville romane - completi di cantine per la defossa dei dolia progettate per la conservazione e l'invecchiamento ottimale del vino - svela un mondo in cui la produzione di vino era sia un'arte che una scienza. Tecniche come il rimescolamento delle fecce, il contatto con le bucce e l'invecchiamento prolungato erano comuni, rivelando un'acuta comprensione di come manipolare variabili come la temperatura e l'ossidazione per migliorare il profilo gustativo del vino. È interessante notare che alcune dolia venivano trattate con pece per regolare l'esposizione all'ossigeno, un precursore delle moderne pratiche di vinificazione riduttiva.

Inoltre, l'uso di lieviti di superficie per l'aromatizzazione, simili a quelli utilizzati nella produzione di Sherry, sottolinea la competenza dei Romani nello sfruttare i processi naturali per creare sapori di vino distinti e desiderabili.

I vasi dolia defossa provenienti da (a) Regio II Insula 5 (Pompei) e (b) Villa Regina (Boscoreale) (fotografie di E. Dodd, Ministero della Cultura - Parco Archeologico di Pompei); e (c) Tortoreto Muracche (Abruzzo) (fotografia di Francesco Pizzimenti, Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le province di L'Aquila e Teramo).

L'estesa rete di cantine per i dolia defossa sottolinea l'importanza economica del vino nel mondo romano, riflettendo una prosperità diffusa e una cultura in cui la produzione di vino era parte integrante della vita quotidiana, proprio come nella Georgia contemporanea. Questo parallelo storico non solo evidenzia la natura duratura delle tradizioni enologiche, ma suggerisce anche un legame profondo con la terra e i suoi frutti che trascende il tempo e la geografia.

Quando scopriamo di più sulla composizione chimica del vino romano grazie alle ricerche in corso, come il progetto ArchaeoAdWine, non stiamo solo decodificando antiche ricette; stiamo creando un ponte tra mondi, collegando il passato e il presente attraverso il mestiere senza tempo della vinificazione. Questo viaggio nell'antichità non solo arricchisce la nostra comprensione della cultura romana, ma ci invita anche ad apprezzare le profonde radici storiche delle nostre pratiche culinarie.

In sostanza, lo studio dell'enologia dell'antica Roma è più di una ricerca accademica; è un richiamo alla passione umana per il vino, una bevanda che ha affascinato i cuori e le menti attraverso i secoli, fungendo da contenitore per la storia, la cultura e l'esperienza condivisa.

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