29-01-2024

In uno studio innovativo, i ricercatori Dimitri Van Limbergen dell'Università di Gand e Paulina Komar dell'Università di Varsavia hanno fatto notevoli passi avanti nella comprensione della natura del vino romano, una bevanda parte integrante del tessuto dell'antica società romana. Le scoperte, riportate nella rivista "Antiquity", forniscono un ritratto vivido di una bevanda che è rimasta avvolta nel mistero per millenni.
Lo studio si è concentrato sull'analisi di antichi dolia, grandi recipienti di terracotta utilizzati dai Romani per la fermentazione, la conservazione e l'invecchiamento del vino. Questi contenitori, spesso interrati durante il processo di fermentazione, svolgevano un ruolo cruciale per le caratteristiche del vino. Questa ricerca segna la prima volta che l'impatto di questi contenitori sul processo di vinificazione in epoca romana è stato esaminato a fondo.
Attraverso un'analisi comparativa con le pratiche enologiche moderne, i ricercatori hanno scoperto che il vino romano aveva probabilmente un sapore leggermente speziato, con note aromatiche che ricordavano il pane tostato e le noci. Questo profilo gustativo è stato attribuito all'esclusivo processo di fermentazione nei dolia che, a differenza dei moderni serbatoi d'acciaio, consentiva un'interazione distinta tra il vino e il suo contenitore.
Lo studio rivela anche che la classificazione del vino romano differiva in modo significativo dagli standard contemporanei. I Romani non classificavano rigorosamente i vini come rossi o bianchi. Riconoscevano invece uno spettro di colori che andava dal bianco, giallo e dorato all'ambra, al marrone, al rosso e persino al nero, tutti influenzati dal grado di macerazione della buccia dell'uva.
È interessante notare che la forma della base stretta della dolia facilitava la separazione dei solidi dell'uva dal vino, portando a un'insolita tonalità arancione nel prodotto finale. Si tratta di una caratteristica nettamente diversa dalla maggior parte dei vini che consumiamo oggi. Il processo di fermentazione nella dolia, che prevedeva il controllo del pH e della temperatura grazie all'interramento dei recipienti, consentiva la produzione di un composto chiamato sotolon, che contribuiva al sapore speziato del vino.
Lo studio traccia anche un parallelo tra i dolia romani e i qvevri georgiani, vasi di argilla ancora oggi utilizzati per la vinificazione in Georgia. Questa somiglianza suggerisce che il processo romano potrebbe essere stato simile alla tradizione georgiana, sottolineando la semplicità e l'ingegnosità delle antiche tecniche di vinificazione.
Anche la consistenza del vino romano era particolare, con l'argilla dei recipienti che dava una sensazione di secchezza in bocca, una caratteristica probabilmente apprezzata dai palati romani. Questa differenza testuale evidenzia ulteriormente l'unicità del vino romano rispetto alle varietà moderne.
Oltre a scoprire il profilo sensoriale del vino romano, questi risultati offrono nuovi spunti di riflessione sulla vita quotidiana, l'economia e le pratiche sociali dei Romani. La variazione dei sapori e degli aromi ottenuta modificando la forma dei dolia e i metodi di conservazione riflette la vasta conoscenza e l'abilità dei Romani nella produzione del vino. Questa competenza indica una società in cui la produzione di vino era sia una pratica domestica sia un'industria indicativa di prosperità economica.
Questa ricerca non solo ricostruisce il gusto e l'aroma del vino romano, ma arricchisce anche la nostra comprensione della cultura e dello stile di vita romani. Esplorando le sfumature dell'antica vinificazione, gli studiosi stanno ricostruendo un quadro più completo di come i Romani vivevano, celebravano e, soprattutto, gustavano il loro amato vino.
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