Il turismo del vino in Italia supera i 3 miliardi di euro mentre l’export rallenta

25-05-2026

Il settore pesa ora per il 21% del fatturato delle cantine, offrendo un cuscinetto contro il calo delle vendite all’estero e in patria

A Vinitaly 2026, UniCredit e Nomisma Wine Monitor hanno presentato un report che mette nero su bianco numeri concreti su un comparto che oggi molte cantine italiane considerano centrale per il proprio futuro: l’enoturismo. Sulla base di un sondaggio condotto su 300 cantine e 13 consorzi di tutela in tutta Italia, lo studio ha rilevato che nel 2025 il settore ha generato oltre 3 miliardi di euro per le aziende vitivinicole e ha rappresentato in media il 21% del loro fatturato.

I risultati sono stati diffusi nel corso di un workshop a Verona dedicato al mercato dell’enoturismo e al suo ruolo nel sostegno alle imprese e ai territori. Il report, intitolato “Enoturismo: opportunità di sviluppo per imprese e territori”, è stato realizzato con Vinitaly e l’Associazione Nazionale Città del Vino. È emerso che il trend complessivo resta positivo, con flussi di visitatori e ricavi entrambi in crescita, soprattutto tra le cantine più grandi e organizzate, in grado di offrire esperienze oltre la visita standard in cantina, la degustazione e la vendita diretta.

Lo studio indica che il visitatore tipo è italiano, nel 58% dei casi, ed è spesso una coppia o una famiglia, generalmente senza una conoscenza approfondita del vino. Anche la domanda internazionale è in aumento. Allo stesso tempo, il report segnala ostacoli persistenti che continuano a frenare la crescita: infrastrutture locali carenti, burocrazia pesante, incentivi limitati e scarsità di personale formato. Solo una piccola quota di cantine non offre ancora alcuna attività enoturistica.

Il report inquadra l’enoturismo come qualcosa di più di un semplice complemento alle vendite di vino. In un anno segnato dalla pressione sull’export e sui consumi interni, lo descrive come una fonte di creazione di valore per le aziende vitivinicole alle prese con tensioni geopolitiche, barriere commerciali e cambiamento delle abitudini di consumo. UniCredit ha sottolineato che vino e turismo restano centrali per la competitività dell’Italia, soprattutto mentre le sfide climatiche e geopolitiche costringono le imprese ad adattarsi. Nomisma ha affermato che l’enoturismo non va considerato un piano B, ma una strategia competitiva capace di migliorare i margini riducendo gli intermediari e trasformando i visitatori in ambasciatori del marchio.

Il contesto di mercato più ampio resta difficile. Secondo la stessa analisi, nel 2025 l’export italiano di vino è sceso del 3,6% in valore a causa di tensioni geopolitiche, protezionismo, dazi statunitensi e indebolimento del dollaro. Le vendite nella grande distribuzione in Italia sono calate del 3% in volume, con i vini fermi in flessione del 4%, mentre gli spumanti sono saliti del 2,7%. I consumi fuori casa sono rimasti deboli, con i consumatori che hanno ridotto la spesa, le visite ai ristoranti in calo e il turismo domestico diminuito del 3,5%.

La frenata non ha riguardato solo l’Italia. La Francia ha visto scendere il valore dell’export del 4,4%, la Spagna del 5,1%, il Cile del 10,2% e l’Australia del 14,6%. I produttori statunitensi sono stati colpiti in modo particolarmente duro, con esportazioni giù del 36% dopo le ritorsioni legate ai dazi.

La produzione vinicola italiana è rimasta sostanzialmente stabile a 44,4 milioni di ettolitri su 681.000 ettari di vigneto. Alcune regioni hanno registrato aumenti, tra cui Trentino-Alto Adige (+15,2%), Lombardia (+11,7%), Puglia (+9,7%) e Veneto (+6,1%). Altre hanno segnato forti cali: Toscana (-18,4%), Emilia-Romagna (-10,2%), Piemonte (-7,4%) e Sicilia (-5,8%).

Il report evidenzia anche i cambiamenti strutturali avvenuti nei vigneti italiani nell’ultimo decennio, compreso il calo della quota di uve rosse in molte regioni mentre la domanda dei consumatori si è spostata verso spumanti e bianchi. In Veneto, per esempio, la quota di Glera e Pinot Grigio è scesa dal 25% al 16%. La superficie vitata biologica rappresenta ora il 19% del totale nazionale; Basilicata, Marche e Toscana superano il 45%, mentre la Sardegna resta ultima con il 6%.

Per l’export di vino sfuso guida l’Emilia-Romagna con il 25%, seguita da Puglia al 20% e Sicilia al 15%. Il Veneto resta primo esportatore di spumanti con il 47%, davanti a Friuli-Venezia Giulia al 38%, Piemonte al 34% e Lombardia al 29%. Nell’ultimo decennio le esportazioni di spumante sono cresciute fortemente anche in regioni meridionali come Sicilia e Puglia oltre che in Toscana.

Negli Stati Uniti le importazioni di vino italiano sono diminuite del 13% in valore nel 2025 mentre i volumi sono rimasti quasi invariati, con un calo appena dello 0,2%. L’Asti spumante ha perso il 13,5%, i rossi siciliani sono scesi del 13,1%, mentre Prosecco e rossi toscani hanno registrato flessioni più contenute. I vini bianchi siciliani sono saliti del 12,4% e i bianchi toscani del 62,2%.