10-06-2026
Il mercato del vino italiano ha aperto il 2026 con volumi di vendita più deboli nella grande distribuzione, mentre prezzi e mix di prodotto hanno spinto al rialzo il valore complessivo, secondo i dati presentati all’assemblea di Federvini e riportati dalla testata Agricolae.
Nel primo trimestre, le vendite di vino nel canale grocery e supermercati in Italia sono diminuite dell’1% in volume rispetto a un anno prima, ma sono aumentate del 2,2% in valore. Gli spumanti si sono distinti come principale area di crescita, con vendite in aumento dell’8,7%, a dimostrazione che i consumatori continuano a spendere in alcune categorie anche se i modelli di acquisto complessivi diventano più prudenti.
I dati indicano un mercato che vende meno litri ma genera più ricavi, segno che prezzi a scaffale più alti, etichette premium e una performance più forte degli spumanti stanno contribuendo a compensare una domanda più debole per il vino fermo. Per produttori e distributori, questo mix conta perché può sostenere i margini sul mercato interno anche mentre le spedizioni all’estero subiscono pressioni.
Nello stesso periodo le esportazioni sono risultate più deboli. Le cifre citate da Agricolae mostrano esportazioni italiane di vino in calo del 13%, con le spedizioni verso gli Stati Uniti giù del 30%. Il calo sul mercato statunitense è particolarmente importante per i produttori italiani perché il Paese è da tempo una delle destinazioni estere più preziose per vino imbottigliato, spumante ed etichette premium.
Il calo arriva mentre le aziende affrontano un contesto commerciale più difficile e una maggiore incertezza legata ai dazi e alle tensioni commerciali più ampie. Queste pressioni hanno alimentato preoccupazioni in tutto il settore vinicolo italiano su prezzi, competitività e rischio che importatori o dettaglianti riducano gli ordini in attesa di condizioni più chiare.
L’assemblea di Federvini ha inoltre evidenziato il comportamento dei consumatori attraverso un sondaggio Nomisma su 1.200 persone. Secondo i risultati citati da Agricolae, solo l’8% dei consumatori di vino e il 9% dei consumatori di spirits ha dichiarato di aver sostituito i propri acquisti abituali nonostante gli aumenti dei prezzi. Ciò suggerisce che molti acquirenti non hanno ancora effettuato grandi sostituzioni, anche se inflazione e prezzi al dettaglio più alti continuano a incidere sui bilanci familiari.
Il sondaggio offre un segnale misto per i produttori. Da un lato indica un certo grado di resilienza nelle abitudini di consumo, con la maggior parte degli acquirenti che continua a restare fedele alle categorie abituali. Dall’altro, non elimina il rischio che una pressione prolungata sul reddito disponibile possa alla fine spingere i consumatori a scendere di fascia, acquistare meno spesso o orientarsi verso promozioni e prodotti a prezzo inferiore.
Per il mercato interno italiano, i dati del primo trimestre suggeriscono che i supermercati restano uno sbocco stabile ma selettivo. I consumatori sembrano disposti a spendere di più in alcuni segmenti, soprattutto negli spumanti, ma non abbastanza da impedire un calo complessivo dei volumi. Questo andamento può favorire le aziende con marchi più forti o esposte a categorie percepite come più festive o versatili nel consumo.
Per gli esportatori, il quadro è più difficile. Un calo complessivo del 13% e una flessione del 30% delle spedizioni verso gli Stati Uniti indicano un brusco rallentamento in un momento in cui molte cantine cercano di bilanciare una domanda internazionale più debole con costi crescenti di produzione, logistica e finanziamento. Il passo indietro sul mercato statunitense probabilmente intensificherà gli sforzi per diversificare le vendite in Europa, Asia e altri mercati dove il vino italiano ha margini di crescita.
Le cifre arrivano in un momento delicato per il settore. L’Italia resta uno dei principali produttori ed esportatori mondiali di vino, ma il suo modello di business dipende fortemente dalla domanda estera oltre che dalla capacità di difendere il valore nei mercati maturi. Quando i volumi export si indeboliscono bruscamente, la pressione può diffondersi rapidamente tra scorte, strategie di prezzo e flussi di cassa lungo tutta la filiera di cantine, imbottigliatori e distributori.
I risultati del primo trimestre sottolineano anche una divisione interna alla categoria stessa. Gli spumanti continuano a sovraperformare rispetto alle vendite complessive di vino, riflettendo una domanda più forte per prodotti che hanno conquistato un appeal più ampio sia nel consumo quotidiano sia nelle occasioni speciali. Questa tendenza è visibile da diversi anni e ora appare ancora più importante mentre il vino fermo registra una rotazione più lenta.
I dirigenti del settore riuniti a Federvini stavano quindi osservando due realtà diverse allo stesso tempo: un mercato retail domestico in cui il valore continua a crescere nonostante volumi inferiori, e un mercato export in cui shock esterni stanno erodendo le vendite molto più nettamente. Per le aziende esposte a entrambi i canali, la sfida sarà capire per quanto tempo i guadagni di prezzo e mix potranno compensare una domanda fisica più debole.
I dati riportati da Agricolae non mostrano ancora un crollo della fedeltà dei consumatori sul mercato interno. Ma mostrano un settore che entra nel 2026 con meno slancio di quanto molti produttori vorrebbero, soprattutto all’estero. Con le esportazioni dirette negli Stati Uniti in calo così nettamente e i volumi nei supermercati in flessione in Italia, le cantine probabilmente si concentreranno nei prossimi mesi su disciplina dei prezzi, strategia promozionale e diversificazione dei mercati.
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