13-04-2026

I produttori italiani di vino si trovano ad affrontare una nuova sfida, mentre le preferenze dei consumatori si orientano verso un contenuto alcolico più basso e abitudini di consumo più salutari. Secondo Luca Rigotti, presidente del settore vino di Confcooperative, oggi è possibile ridurre naturalmente il grado alcolico del vino a partire dalla gestione del vigneto. Attraverso specifiche tecniche agronomiche e la selezione dei cloni di vite più adatti, i viticoltori possono ritardare la maturazione delle uve, abbassando il contenuto zuccherino senza compromettere la maturità aromatica. Questo processo consente di ottenere vini con un titolo alcolometrico totale inferiore al 9%, mantenendo equilibrio e armonia gustativa.
Rigotti ha illustrato questi sviluppi nel corso di Vinitaly, una delle più importanti fiere del vino in Italia. Ha sottolineato che Confcooperative, che rappresenta 266 cantine cooperative e consorzi, 100.000 viticoltori soci e un fatturato aggregato di 5,2 miliardi di euro, ha proposto una nuova classificazione per i vini naturalmente a basso tenore alcolico nell’ambito del quadro normativo del “Wine Package”. L’obiettivo è distinguere chiaramente questi vini dai vini dealcolizzati e dalle bevande analcoliche ottenute da vino dealcolizzato. Rigotti ha sostenuto che, in assenza di una definizione distinta, esiste il rischio di confusione sul mercato, con possibili ricadute negative sugli sforzi dei produttori che vogliono offrire prodotti diversi dai vini dealcolizzati. Ha affermato che questi vini naturalmente a basso tenore alcolico meritano una categoria e un’etichettatura proprie.
Cresce anche la domanda di una produzione vinicola sostenibile, soprattutto tra i consumatori Millennials e della Generazione Z. Questi gruppi mostrano un interesse sempre maggiore per i vini ottenuti da varietà di uve resistenti alle malattie, note come Piwi. Queste varietà richiedono meno trattamenti fungicidi, riducendo l’impatto ambientale. Tuttavia, l’Italia resta l’unico Paese europeo che non consente l’uso di varietà resistenti per la produzione di vini DOP (Denominazione di Origine Protetta). Al contrario, regioni francesi prestigiose come Champagne e Bordeaux hanno già adottato queste varietà.
Rigotti ha osservato che l’attuale normativa italiana vieta l’uso di varietà resistenti per i vini DOP ai sensi dell’articolo 33, comma 6, del Testo unico del vino. Ha chiesto modifiche regolamentari per consentire ai produttori italiani di utilizzare queste uve anche nei vini DOP. La spinta al cambiamento arriva mentre i mercati europei del vino si adattano alle aspettative in evoluzione dei consumatori in materia di salute e sostenibilità. I produttori sperano che norme aggiornate aiutino il vino italiano a restare competitivo, rispondendo al tempo stesso alle nuove richieste di minore contenuto alcolico e pratiche rispettose dell’ambiente.
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