15-04-2026
I produttori italiani di vino arrivano alla stagione primaverile delle fiere commerciali con le giacenze ancora superiori ai livelli dello scorso anno, un segnale che il settore sta cercando di bilanciare consumi più deboli, pressione sull’export e un mercato in evoluzione in Italia e all’estero.
I dati citati nell’ultima rassegna di settore mostrano che le scorte “Cantina Italia” a marzo 2026 erano superiori del 5,7% rispetto a marzo 2025, con la maggiore concentrazione nei vini DOP e nel Nord Italia, soprattutto in Veneto. I numeri contano perché inventari elevati possono pesare sui prezzi, limitare lo spazio per la crescita dei margini e costringere le cantine a collocare il prodotto in modo più aggressivo attraverso export, ristorazione e retail.
I dati sulle scorte sono arrivati mentre Vinitaly a Verona diventava il principale palcoscenico di un ampio confronto sul futuro del vino italiano. Produttori, associazioni di categoria e rappresentanti delle istituzioni hanno usato la fiera per rilanciare un messaggio: il settore deve guardare oltre gli Stati Uniti, dove i dazi restano una preoccupazione, e costruire posizioni più solide in altri mercati. India, Cina, Messico e Mercosur sono stati citati più volte come aree in cui il vino italiano potrebbe espandersi se le condizioni commerciali migliorassero e la promozione fosse sostenuta.
L’obiettivo export del comparto è stato fissato a 10 miliardi di euro, un traguardo presentato come ambizioso ma necessario in un momento in cui tensioni geopolitiche, rischi climatici e abitudini di consumo più contenute stanno ridisegnando la domanda. Gli operatori hanno detto che la crescita dipenderà non solo dalle vendite all’estero ma anche dall’enoturismo, che molte cantine considerano ormai un’attività centrale e non più accessoria. Quasi il 60% delle aziende ha registrato più visitatori nel 2025, secondo il Movimento Turismo del Vino, con gli incrementi più forti nel Centro e nel Sud Italia.
A Vinitaly, diverse regioni e produttori hanno usato nuovi lanci per segnalare come si stanno adattando. Il Consorzio Marsala ha fatto la sua prima apparizione ufficiale a Verona mentre lavora per unificare identità e posizionamento della storica denominazione siciliana. Nelle Marche hanno partecipato 79 aziende tra stand collettivi e indipendenti. In Liguria, Enrico Dario ha messo in evidenza la produzione artigianale della Liguria di Ponente con Pigato, Vermentino e Rossese. A Treviso, Cantina Futurista ha inaugurato una cantina urbana che unisce vinificazione, distillazione e ristorazione in un unico sito.
Altri produttori si sono concentrati su premiumizzazione e prodotti pensati per canali specifici. Tenuta Sant’Antonio ha presentato nuovi vini e aggiornato alcune etichette già consolidate. Bisol1542 ha svelato due cuvée destinate alla ristorazione e al servizio al calice. Cantina del Rimedio ha portato a Verona l’intera gamma insieme a una nuova etichetta.
La fiera ha riflesso anche cambiamenti più ampi nei consumi. Gli osservatori del settore hanno segnalato un interesse ancora vivo per vini più leggeri, spumanti e bianchi freschi nella ristorazione e nella grande distribuzione, anche se i volumi complessivi sono in calo. Le vendite nella grande distribuzione organizzata sono diminuite in litri nel 2025 ma sono rimaste stabili in valore, mentre i consumatori si orientavano verso bottiglie di fascia più alta. Allo stesso tempo, il vino analcolico ha attirato maggiore attenzione dopo recenti cambiamenti normativi in Italia che hanno aperto spazio ai grandi operatori per entrare nel segmento.
La diversificazione oltre il vino è stato un altro tema ricorrente. Alcune cantine stanno entrando in gin, vermouth e altri distillati alla ricerca di nuove fonti di ricavo in un contesto di domanda più debole. Anche le associazioni di categoria hanno chiesto meno burocrazia e meno oneri fiscali, sostenendo che alleggerire questi pesi libererebbe risorse per miglioramenti qualitativi, promozione, innovazione ed enoturismo.
I leader politici hanno dato al settore un forte sostegno durante l’evento veronese. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni era attesa a Vinitaly il 14 aprile, a conferma del ruolo della fiera come punto d’incontro tra governo, esportatori e amministratori regionali. Erano presenti o rappresentati anche ministri come Antonio Tajani, Francesco Lollobrigida e Adolfo Urso, insieme a esponenti europei e ai rappresentanti dell’ICE, l’agenzia italiana per il commercio estero.
Il Veneto è rimasto centrale nel dibattito per le sue dimensioni: la regione rappresenta oltre il 37% dell’export nazionale di vino. Il governatore Alberto Stefani ha usato il suo primo Vinitaly da presidente della Regione per sottolineare questo dato, mentre le associazioni continuavano a inquadrare il vino come parte di un sistema più ampio che comprende cultura alimentare, tutela del paesaggio ed enoturismo.
È emerso più volte anche il dibattito su come il vino viene presentato ai consumatori. Produttori e associazioni di categoria hanno detto che la comunicazione deve essere più chiara e meno difensiva se il vino italiano vuole raggiungere i giovani consumatori e gli acquirenti internazionali che cercano autenticità ma anche semplicità. Questo messaggio è andato di pari passo con gli appelli a rafforzare la promozione all’estero attraverso nuovi fondi CMO per oltre 98 milioni di euro destinati ai mercati esteri nella campagna 2026-2027.
Mentre Vinitaly prendeva forma, un messaggio continuava a tornare: il vino italiano è ancora abbastanza forte da attirare investimenti, visitatori e attenzione politica, ma porta anche con sé più scorte rispetto a un anno fa, costringendo il settore a lavorare di più su canali di vendita, accesso ai mercati e posizionamento dei marchi in ogni regione, dal Veneto alla Sicilia.
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